Perché le bottiglie di vino sono da 75 cl? E chi l’ha deciso?

Avete mai preso in mano una bottiglia di vino e guardato quel piccolo numero scritto sull’etichetta?
75 cl.
Settantacinque centilitri. Tre quarti di litro.
Lo vediamo così spesso che ormai ci sembra la cosa più normale del mondo. Ma, a pensarci bene, tanto normale non è.
Perché proprio 75? Perché non 50, che è un bel numero tondo? Perché non 100, cioè un litro preciso, così eviteremmo moltiplicazioni, divisioni e calcoli dopo il secondo bicchiere?
E soprattutto: chi ha deciso che una bottiglia di vino dovesse contenere proprio 75 cl?
La risposta è più curiosa di quanto sembri, anche perché non esiste un unico momento in cui qualcuno abbia deciso: «Ecco, sarà 75 e non se ne parli più».
Dietro quei tre quarti di litro si incontrano vetrai, mercanti, francesi, inglesi, galloni e un po’ di matematica.
Niente paura: non ci sarà interrogazione alla fine.

Tutta colpa dei polmoni dei vetrai?

Cominciamo dalla storia più famosa.
Un tempo le bottiglie non uscivano da una macchina tutte perfettamente uguali. Venivano realizzate a mano dai vetrai, che lavoravano il vetro caldo e lo soffiavano per dargli forma.
Secondo una spiegazione molto diffusa, la quantità d’aria che un vetraio riusciva a soffiare avrebbe permesso di realizzare bottiglie con una capacità più o meno compresa tra 70 e 80 centilitri.
Ed ecco spuntare i nostri 75 cl.
È una storia bellissima: il fuoco, il vetro incandescente, l’artigiano che soffia e, quasi per magia, nasce la bottiglia di vino.
Forse un po’ troppo bella.
Perché rimane una domanda: se tutto dipendeva dal fiato del vetraio, perché proprio 75? Perché non 72, 76 oppure 80?
A meno di immaginare generazioni di vetrai con polmoni perfettamente sincronizzati, questa spiegazione da sola non basta.
La lavorazione artigianale del vetro ci aiuta a capire perché in passato le bottiglie potessero avere dimensioni diverse, ma la storia del soffio non dimostra perché proprio 750 ml siano poi diventati lo standard.
Per capirlo dobbiamo cercare anche altrove.
Ed è qui che entrano in scena gli inglesi.

Francesi, inglesi e un piccolo problema di misure

Tra Settecento e Ottocento la Gran Bretagna era un mercato molto importante per il vino francese, in particolare per quello di Bordeaux.
I francesi vendevano il vino.
Gli inglesi lo compravano.
Sembrerebbe tutto semplice.
Peccato che non misurassero le quantità nello stesso modo.
Con l’affermarsi del sistema metrico, in Francia si cominciò a ragionare in litri. Gli inglesi, invece, utilizzavano il gallone imperiale.
E quanto contiene un gallone imperiale?
Circa 4,546 litri.
Adesso prendiamo sei bottiglie da 75 cl:
6 × 75 cl = 450 cl, cioè 4,5 litri.
Non è esattamente un gallone imperiale, ma ci va molto vicino.
Ed ecco che quei misteriosi 75 cl cominciano ad avere un po’ più di senso.
Per un commerciante era infatti molto comodo lavorare con quantità facilmente convertibili da un sistema di misura all’altro: sei bottiglie contenevano circa un gallone; dodici circa due.
E c’è un altro numero interessante.
Una barrique bordolese contiene tradizionalmente circa 225 litri, cioè il contenuto di 300 bottiglie da 75 cl.
Quei 225 litri corrispondono inoltre, con una buona approssimazione, a una cinquantina di galloni imperiali.
Non è la prova che qualcuno abbia inventato la bottiglia da 75 cl con una calcolatrice in mano, ma ci fa capire quanto certe quantità potessero risultare pratiche nel commercio tra francesi e britannici.
Altro che romanticismo.
Dietro una bottiglia di vino comincia a comparire un signore con la penna in mano che cerca di far tornare i conti.

E il cartone da sei bottiglie?

Oggi siamo abituati a vedere molto spesso il vino confezionato proprio in cartoni da sei bottiglie.
E naturalmente il conto torna:
6 bottiglie da 75 cl = 4,5 litri.
Quasi un gallone imperiale.
È una coincidenza molto interessante, ma attenzione a non trasformarla in una certezza storica: non possiamo dire che il moderno cartone da sei sia nato apposta per contenere l’equivalente di un gallone inglese.
Possiamo però dire che il numero sei si sposa molto bene con il formato da 75 cl e rende i conteggi particolarmente comodi.
Sei bottiglie? 4,5 litri. Dodici? 9 litri.
Ventiquattro? A quel punto, più che un matematico, forse serve qualcuno che ci aiuti a portarle.

Quindi sono stati gli inglesi a inventare la bottiglia da 75 cl?

Non proprio.
Ed è qui che bisogna stare attenti alle storie troppo semplici.
Non esiste un documento in cui un re, un ministro o un gruppo di mercanti si riunisca attorno a un tavolo e proclami:
«Signori, da oggi il vino si venderà in bottiglie da 75 centilitri!»
Il formato si è affermato gradualmente.
C’entrano la storia della produzione delle bottiglie, le capacità che risultavano pratiche, le abitudini dei produttori, le esigenze del commercio e, più tardi, la standardizzazione industriale.
Quando una misura comincia a essere utilizzata da molti, poi, succede quello che accade spesso: tutti si abituano.
E quando tutti si sono abituati, cambiarla diventa molto più difficile.

Ma c’entrano anche i bicchieri?

Poi c’è la teoria dei sei bicchieri, probabilmente una delle più facili da ricordare e proprio per questo una delle più raccontate.
Una bottiglia da 75 cl permetterebbe di servire sei bicchieri da 125 ml.
Il conto è semplicissimo: 125 ml × 6 = 750 ml. Perfetto. Il conto è perfetto.
La prova storica, molto meno.
Non abbiamo infatti bisogno dei sei bicchieri per spiegare la nascita della bottiglia da 75 cl. È più probabile che, una volta affermatosi quel formato, dividerlo in sei porzioni sia semplicemente risultato comodo.
Anche perché stabilire quanto debba essere grande un bicchiere di vino è un argomento sul quale l’umanità potrebbe discutere parecchio.
Soprattutto chi tiene in mano il bicchiere. Ma allora perché non facciamo bottiglie da un litro? Questa è forse la domanda più semplice e, nello stesso tempo, la più sensata.
Usiamo il sistema metrico.
Un litro sono 100 centilitri.
Quindi perché complicarci la vita con 75?
Perché le abitudini sono dure a morire.
Con lo sviluppo della produzione industriale del vetro e l’aumento del commercio internazionale, avere bottiglie di capacità riconoscibili e standardizzate diventò sempre più importante.
Il formato da 75 cl, nel frattempo, si era ormai fatto parecchia strada.
Nel Novecento anche le normative contribuirono a consolidare il 750 ml come uno dei formati di riferimento per il vino.
Insomma, il 75 aveva conquistato il suo posto.
Il litro poteva anche essere più semplice, ma era arrivato tardi.

Però non tutte le bottiglie sono da 75 cl

Naturalmente il mondo del vino non poteva accontentarsi di una bottiglia sola.
Accanto alla classica da 75 cl troviamo, per esempio, la mezza bottiglia da 375 ml.
Poi c’è il magnum da 1,5 litri, che contiene esattamente il vino di due bottiglie normali.
E poi si sale ancora, con bottiglie sempre più grandi e nomi sempre più solenni.
A un certo punto non si capisce più se serva un cavatappi o una gru.
Eppure, fra tutti questi formati, quella da 75 cl è diventata talmente comune che non sentiamo nemmeno il bisogno di specificarlo.
Diciamo semplicemente:
«Una bottiglia di vino».
E tutti sappiamo, più o meno, quanto contiene. Allora, perché proprio 75 cl?

Se qualcuno vi chiede perché una bottiglia di vino contiene 75 cl, la risposta più corretta è forse anche quella meno spettacolare:
non esiste un unico motivo.
E soprattutto non c’è un fantomatico signor 75 che un giorno abbia inventato questa misura.
Le tecniche con cui un tempo venivano realizzate le bottiglie fanno parte della storia. Le esigenze del commercio hanno favorito alcuni formati. Gli scambi tra Francia e Gran Bretagna hanno reso particolarmente pratiche quantità facilmente rapportabili al gallone imperiale. L’industria e le normative, infine, hanno contribuito a consolidare il formato da 750 ml.
È stata, insomma, una lunga storia di abitudini, commercio e praticità.
Così, la prossima volta che prendete in mano una bottiglia e leggete 75 cl, saprete che quel piccolo numero non è lì per caso.
Dentro una bottiglia di vino ci sono l’uva, il territorio, il lavoro dell’uomo e il tempo.
Ma da qualche parte, nascosti tra il fondo della bottiglia e il tappo, ci sono anche un vetraio che soffia, un mercante francese che vende, un inglese che misura in galloni e qualcuno che cerca disperatamente di far tornare i conti.
E pensare che volevamo soltanto sapere perché non l’avevano fatta da un litro.