Tra calici e parole

Perché le bottiglie di vino sono da 75 cl? E chi l’ha deciso?

Avete mai preso in mano una bottiglia di vino e guardato quel piccolo numero scritto sull’etichetta?
75 cl.
Settantacinque centilitri. Tre quarti di litro.
Lo vediamo così spesso che ormai ci sembra la cosa più normale del mondo. Ma, a pensarci bene, tanto normale non è.
Perché proprio 75? Perché non 50, che è un bel numero tondo? Perché non 100, cioè un litro preciso, così eviteremmo moltiplicazioni, divisioni e calcoli dopo il secondo bicchiere?
E soprattutto: chi ha deciso che una bottiglia di vino dovesse contenere proprio 75 cl?
La risposta è più curiosa di quanto sembri, anche perché non esiste un unico momento in cui qualcuno abbia deciso: «Ecco, sarà 75 e non se ne parli più».
Dietro quei tre quarti di litro si incontrano vetrai, mercanti, francesi, inglesi, galloni e un po’ di matematica.
Niente paura: non ci sarà interrogazione alla fine.

Tutta colpa dei polmoni dei vetrai?

Cominciamo dalla storia più famosa.
Un tempo le bottiglie non uscivano da una macchina tutte perfettamente uguali. Venivano realizzate a mano dai vetrai, che lavoravano il vetro caldo e lo soffiavano per dargli forma.
Secondo una spiegazione molto diffusa, la quantità d’aria che un vetraio riusciva a soffiare avrebbe permesso di realizzare bottiglie con una capacità più o meno compresa tra 70 e 80 centilitri.
Ed ecco spuntare i nostri 75 cl.
È una storia bellissima: il fuoco, il vetro incandescente, l’artigiano che soffia e, quasi per magia, nasce la bottiglia di vino.
Forse un po’ troppo bella.
Perché rimane una domanda: se tutto dipendeva dal fiato del vetraio, perché proprio 75? Perché non 72, 76 oppure 80?
A meno di immaginare generazioni di vetrai con polmoni perfettamente sincronizzati, questa spiegazione da sola non basta.
La lavorazione artigianale del vetro ci aiuta a capire perché in passato le bottiglie potessero avere dimensioni diverse, ma la storia del soffio non dimostra perché proprio 750 ml siano poi diventati lo standard.
Per capirlo dobbiamo cercare anche altrove.
Ed è qui che entrano in scena gli inglesi.

Francesi, inglesi e un piccolo problema di misure

Tra Settecento e Ottocento la Gran Bretagna era un mercato molto importante per il vino francese, in particolare per quello di Bordeaux.
I francesi vendevano il vino.
Gli inglesi lo compravano.
Sembrerebbe tutto semplice.
Peccato che non misurassero le quantità nello stesso modo.
Con l’affermarsi del sistema metrico, in Francia si cominciò a ragionare in litri. Gli inglesi, invece, utilizzavano il gallone imperiale.
E quanto contiene un gallone imperiale?
Circa 4,546 litri.
Adesso prendiamo sei bottiglie da 75 cl:
6 × 75 cl = 450 cl, cioè 4,5 litri.
Non è esattamente un gallone imperiale, ma ci va molto vicino.
Ed ecco che quei misteriosi 75 cl cominciano ad avere un po’ più di senso.
Per un commerciante era infatti molto comodo lavorare con quantità facilmente convertibili da un sistema di misura all’altro: sei bottiglie contenevano circa un gallone; dodici circa due.
E c’è un altro numero interessante.
Una barrique bordolese contiene tradizionalmente circa 225 litri, cioè il contenuto di 300 bottiglie da 75 cl.
Quei 225 litri corrispondono inoltre, con una buona approssimazione, a una cinquantina di galloni imperiali.
Non è la prova che qualcuno abbia inventato la bottiglia da 75 cl con una calcolatrice in mano, ma ci fa capire quanto certe quantità potessero risultare pratiche nel commercio tra francesi e britannici.
Altro che romanticismo.
Dietro una bottiglia di vino comincia a comparire un signore con la penna in mano che cerca di far tornare i conti.

E il cartone da sei bottiglie?

Oggi siamo abituati a vedere molto spesso il vino confezionato proprio in cartoni da sei bottiglie.
E naturalmente il conto torna:
6 bottiglie da 75 cl = 4,5 litri.
Quasi un gallone imperiale.
È una coincidenza molto interessante, ma attenzione a non trasformarla in una certezza storica: non possiamo dire che il moderno cartone da sei sia nato apposta per contenere l’equivalente di un gallone inglese.
Possiamo però dire che il numero sei si sposa molto bene con il formato da 75 cl e rende i conteggi particolarmente comodi.
Sei bottiglie? 4,5 litri. Dodici? 9 litri.
Ventiquattro? A quel punto, più che un matematico, forse serve qualcuno che ci aiuti a portarle.

Quindi sono stati gli inglesi a inventare la bottiglia da 75 cl?

Non proprio.
Ed è qui che bisogna stare attenti alle storie troppo semplici.
Non esiste un documento in cui un re, un ministro o un gruppo di mercanti si riunisca attorno a un tavolo e proclami:
«Signori, da oggi il vino si venderà in bottiglie da 75 centilitri!»
Il formato si è affermato gradualmente.
C’entrano la storia della produzione delle bottiglie, le capacità che risultavano pratiche, le abitudini dei produttori, le esigenze del commercio e, più tardi, la standardizzazione industriale.
Quando una misura comincia a essere utilizzata da molti, poi, succede quello che accade spesso: tutti si abituano.
E quando tutti si sono abituati, cambiarla diventa molto più difficile.

Ma c’entrano anche i bicchieri?

Poi c’è la teoria dei sei bicchieri, probabilmente una delle più facili da ricordare e proprio per questo una delle più raccontate.
Una bottiglia da 75 cl permetterebbe di servire sei bicchieri da 125 ml.
Il conto è semplicissimo: 125 ml × 6 = 750 ml. Perfetto. Il conto è perfetto.
La prova storica, molto meno.
Non abbiamo infatti bisogno dei sei bicchieri per spiegare la nascita della bottiglia da 75 cl. È più probabile che, una volta affermatosi quel formato, dividerlo in sei porzioni sia semplicemente risultato comodo.
Anche perché stabilire quanto debba essere grande un bicchiere di vino è un argomento sul quale l’umanità potrebbe discutere parecchio.
Soprattutto chi tiene in mano il bicchiere. Ma allora perché non facciamo bottiglie da un litro? Questa è forse la domanda più semplice e, nello stesso tempo, la più sensata.
Usiamo il sistema metrico.
Un litro sono 100 centilitri.
Quindi perché complicarci la vita con 75?
Perché le abitudini sono dure a morire.
Con lo sviluppo della produzione industriale del vetro e l’aumento del commercio internazionale, avere bottiglie di capacità riconoscibili e standardizzate diventò sempre più importante.
Il formato da 75 cl, nel frattempo, si era ormai fatto parecchia strada.
Nel Novecento anche le normative contribuirono a consolidare il 750 ml come uno dei formati di riferimento per il vino.
Insomma, il 75 aveva conquistato il suo posto.
Il litro poteva anche essere più semplice, ma era arrivato tardi.

Però non tutte le bottiglie sono da 75 cl

Naturalmente il mondo del vino non poteva accontentarsi di una bottiglia sola.
Accanto alla classica da 75 cl troviamo, per esempio, la mezza bottiglia da 375 ml.
Poi c’è il magnum da 1,5 litri, che contiene esattamente il vino di due bottiglie normali.
E poi si sale ancora, con bottiglie sempre più grandi e nomi sempre più solenni.
A un certo punto non si capisce più se serva un cavatappi o una gru.
Eppure, fra tutti questi formati, quella da 75 cl è diventata talmente comune che non sentiamo nemmeno il bisogno di specificarlo.
Diciamo semplicemente:
«Una bottiglia di vino».
E tutti sappiamo, più o meno, quanto contiene. Allora, perché proprio 75 cl?

Se qualcuno vi chiede perché una bottiglia di vino contiene 75 cl, la risposta più corretta è forse anche quella meno spettacolare:
non esiste un unico motivo.
E soprattutto non c’è un fantomatico signor 75 che un giorno abbia inventato questa misura.
Le tecniche con cui un tempo venivano realizzate le bottiglie fanno parte della storia. Le esigenze del commercio hanno favorito alcuni formati. Gli scambi tra Francia e Gran Bretagna hanno reso particolarmente pratiche quantità facilmente rapportabili al gallone imperiale. L’industria e le normative, infine, hanno contribuito a consolidare il formato da 750 ml.
È stata, insomma, una lunga storia di abitudini, commercio e praticità.
Così, la prossima volta che prendete in mano una bottiglia e leggete 75 cl, saprete che quel piccolo numero non è lì per caso.
Dentro una bottiglia di vino ci sono l’uva, il territorio, il lavoro dell’uomo e il tempo.
Ma da qualche parte, nascosti tra il fondo della bottiglia e il tappo, ci sono anche un vetraio che soffia, un mercante francese che vende, un inglese che misura in galloni e qualcuno che cerca disperatamente di far tornare i conti.
E pensare che volevamo soltanto sapere perché non l’avevano fatta da un litro.

Perché il vino fa venire mal di testa?Non è sempre colpa dei solfiti

Perché il vino fa venire mal di testa? Non è sempre colpa dei solfiti

Una bella cena, una bottiglia stappata, uno o due bicchieri di vino e poi, magari qualche ora dopo, arriva lui: il mal di testa.
A quel punto il colpevole viene spesso individuato senza bisogno di indagini: «Saranno stati i solfiti».
È una convinzione molto diffusa. Talmente diffusa che capita di sentir dire che un vino è buono perché «non fa venire mal di testa» oppure che una bottiglia ne conteneva sicuramente troppi perché il giorno dopo ci siamo svegliati con la testa pesante.
In realtà, le cose sono più complicate. I solfiti possono creare problemi ad alcune persone particolarmente sensibili, ma non sono necessariamente i responsabili del comune mal di testa associato al vino.

E allora chi è stato?

Gli indiziati sono parecchi.
Il primo sospettato è proprio l’alcol
Prima di cercare sostanze misteriose nascoste nel bicchiere bisogna partire dall’elemento più evidente: il vino contiene alcol.
Quando beviamo, il nostro organismo deve trasformare ed eliminare l’alcol ingerito. Durante questo processo si forma anche l’acetaldeide, una sostanza intermedia che il corpo deve a sua volta smaltire.
Non occorre ricordarne il nome per capire il concetto: più alcol introduciamo, maggiore sarà il lavoro che chiediamo al nostro organismo.
A questo si aggiunge un altro problema. L’alcol favorisce la perdita di liquidi e bere quando siamo già poco idratati può contribuire alla comparsa del mal di testa. Una serata con diversi bicchieri di vino, poca acqua e magari poco cibo crea quindi condizioni decisamente favorevoli a un risveglio poco piacevole.
Fin qui sembrerebbe tutto risolto.
Ma c’è un particolare: alcune persone sostengono di avere mal di testa anche dopo uno o due bicchieri, soprattutto quando bevono determinati vini.
Ed è qui che la faccenda diventa più interessante.

Davvero è colpa dei solfiti?

I solfiti sono probabilmente le sostanze più accusate dell’intero mondo del vino.
Ma cosa sono?
Si tratta di composti che possono formarsi naturalmente durante la fermentazione e che, sotto forma di anidride solforosa, possono anche essere utilizzati dal produttore per proteggere il vino. Aiutano a evitare ossidazioni e alterazioni provocate da microrganismi indesiderati.
In pratica, contribuiscono a far arrivare nel nostro bicchiere un vino stabile e ben conservato.
Esistono persone sensibili ai solfiti e le reazioni sono reali, soprattutto in alcuni soggetti asmatici. Tuttavia, attribuire automaticamente ai solfiti il classico mal di testa dopo aver bevuto vino è una semplificazione.
C’è anche un dettaglio curioso.
Siamo abituati ad associare il mal di testa soprattutto al vino rosso. Eppure i vini bianchi possono contenere quantità di solfiti superiori a molti rossi, perché hanno generalmente bisogno di una maggiore protezione dall’ossidazione.
Se fossero sempre e soltanto i solfiti a provocare il mal di testa, quindi, qualcosa non tornerebbe.

E se fosse l’istamina?

Un altro nome che compare spesso quando si parla di vino e mal di testa è istamina.
La parola può sembrare molto tecnica, ma la sostanza non ci è affatto estranea: viene prodotta anche dal nostro organismo ed è coinvolta, per esempio, nelle reazioni allergiche e in diversi processi del corpo.
Può essere presente anche in alcuni alimenti e bevande fermentate, vino compreso.
Normalmente il nostro organismo riesce a gestirla grazie a particolari enzimi. Possiamo immaginare gli enzimi come minuscoli “strumenti di lavoro” utilizzati dal corpo per trasformare determinate sostanze.
Alcune persone, però, possono essere più sensibili all’istamina o riuscire a smaltirla meno efficacemente. In questi casi possono comparire disturbi come arrossamento del viso, congestione nasale e, in alcuni soggetti, mal di testa.
Questo non significa che l’istamina sia la responsabile del mal di testa da vino. Significa semplicemente che potrebbe essere uno dei fattori coinvolti in alcune persone.

Poi ci sono i tannini


Chi beve vino rosso li conosce anche senza sapere esattamente cosa siano.
Avete presente quella sensazione di bocca asciutta che si prova bevendo alcuni rossi, soprattutto giovani e strutturati?
Gran parte di quella sensazione è dovuta ai tannini.
Sono sostanze naturalmente presenti soprattutto nelle bucce e nei vinaccioli dell’uva e possono arrivare anche dal legno delle botti. Nel vino sono importantissimi perché contribuiscono alla struttura, all’evoluzione e alle sensazioni che percepiamo durante la degustazione.
Anche i tannini e altri composti presenti soprattutto nei vini rossi sono stati chiamati in causa nel tentativo di spiegare perché alcune persone avvertano mal di testa.
Ma, ancora una volta, non abbiamo trovato un colpevole universale.

C’è persino una sospettata chiamata quercetina


Perché il vino fa venire mal di testa? Non è sempre colpa dei solfitiQui il nome sembra uscito da un laboratorio, ma il concetto è piuttosto semplice.
La quercetina è una sostanza naturale appartenente alla famiglia dei flavonoidi, composti presenti in moltissimi vegetali. Si trova anche nell’uva, in particolare nella buccia.
Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno avanzato un’ipotesi interessante: quando il nostro organismo trasforma la quercetina, alcune sostanze che ne derivano potrebbero interferire con il modo in cui viene metabolizzato l’alcol.
In parole povere, potrebbero rendere un po’ più difficoltoso uno dei passaggi attraverso i quali il nostro corpo smaltisce ciò che abbiamo bevuto.
È una pista interessante soprattutto per cercare di capire il famoso “mal di testa da vino rosso”, ma non possiamo ancora dire che il mistero sia stato risolto. Servono ulteriori studi per capire quanto questo meccanismo conti realmente nelle persone.

Perché un vino mi fa venire mal di testa e un altro no?
Probabilmente questa è la domanda che molti lettori si saranno posti almeno una volta.
«Con quel vino sto benissimo, con quell’altro mi viene mal di testa.»
Non è necessariamente suggestione.
Ogni vino è diverso. Cambiano la quantità di alcol, i tannini, l’istamina e numerose altre sostanze. Ma cambia anche chi beve.
Due persone possono reagire in maniera differente allo stesso vino. E persino la stessa persona può avere esperienze diverse con la medesima bottiglia.
Pensiamo a quante cose cambiano da una serata all’altra: abbiamo mangiato oppure siamo a stomaco vuoto? Abbiamo bevuto acqua durante la giornata? Siamo stanchi? Quanto velocemente stiamo bevendo? È il primo bicchiere o il quarto?
Ecco perché è molto difficile stabilire una semplice relazione fra una determinata bottiglia e il mal di testa.
Il vino costoso fa venire meno mal di testa?
Altro luogo comune interessante.
Un vino da cinquanta euro non protegge dal mal di testa più di uno da dieci. Il prezzo di una bottiglia dipende da moltissimi fattori: territorio, produzione, affinamento, quantità prodotte, prestigio del produttore, ma non costituisce una garanzia sugli effetti dell’alcol sul nostro organismo.
Allo stesso modo, svegliarsi con il mal di testa dopo aver bevuto un vino economico non dimostra che quel vino fosse scadente.
A volte la spiegazione più semplice rimane quella che tendiamo a ignorare: ne abbiamo bevuto troppo.

Come possiamo ridurre il rischio?
Non esiste un trucco capace di garantire che il mal di testa non arriverà, ma qualche buona abitudine può aiutare.
La prima è moderare la quantità. Bere lentamente permette inoltre di non concentrare troppo alcol in poco tempo, mentre accompagnare il vino con il cibo è preferibile rispetto a berlo a stomaco vuoto.

E poi c’è l’acqua.
Alternare qualche bicchiere d’acqua al vino non rende meno interessante la degustazione e aiuta a mantenersi idratati. È una buona abitudine tanto durante una cena quanto durante una degustazione.
Se invece ci accorgiamo che il mal di testa compare regolarmente dopo quantità molto piccole di vino, oppure insieme ad altri sintomi, è meglio parlarne con il medico anziché cercare il responsabile sull’etichetta della bottiglia.

Alla fine, di chi è la colpa?
Se cercavate un unico colpevole, la risposta potrebbe essere deludente.
Probabilmente non esiste.
Quando abbiamo bevuto parecchio, l’alcol rimane il sospettato numero uno. Quando invece il problema compare dopo piccole quantità, la situazione diventa più complessa e possono entrare in gioco la sensibilità personale e alcune delle numerose sostanze presenti nel vino.
Istamina, tannini e altri composti sono stati studiati come possibili protagonisti, mentre ricerche più recenti stanno cercando di capire meglio anche il ruolo della quercetina.
E i solfiti?
Non sono innocui per chi è realmente sensibile, naturalmente. Ma considerarli automaticamente responsabili di ogni mal di testa provocato dal vino significa attribuire loro una colpa che la scienza, almeno per ora, non ha dimostrato.
Così, la prossima volta che qualcuno al tavolo dirà:
«Questo vino mi ha fatto venire mal di testa. Avrà troppi solfiti!»
potrete rispondere che l’indagine è ancora aperta.
E che nel bicchiere ci sono molti più sospettati di quanto sembri.

Barbara Diana Pupolin Sommelier A.I.S.

I cinque vitigni autoctoni d’Italia secondo Attilio Scienza: siamo sicuri di sapere cosa significa “autoctono”?

Quali sono i veri vitigni autoctoni italiani? Attilio Scienza ne racconta cinque, dal Lambrusco di Sorbara all’Enantio, tra storia, territorio e DNA.

Attilio Scienza

Autoctono. Nel mondo del vino è una parola che sentiamo continuamente.
La usiamo per raccontare vitigni antichi, vini legati a una regione, tradizioni che sembrano esistere da sempre. L’Italia possiede un patrimonio di varietà straordinario e siamo abituati a pensare che un vitigno coltivato da secoli nello stesso luogo sia, quasi automaticamente, autoctono.
Ma siamo sicuri che autoctono significhi davvero “nato qui”?
A mettere in discussione questa certezza è Attilio Scienza, uno dei più importanti studiosi italiani della vite. A Vinitaly 2026 ha affrontato proprio questo argomento scegliendo cinque vitigni per raccontare quanto sia complesso stabilire la vera origine di una vite.
I nomi sono Lambrusco di Sorbara, Greco di Tufo, Aglianico, Refosco dal Peduncolo Rosso ed Enantio.
Cinque vitigni molto diversi, distribuiti dal Nord al Sud della penisola. E una domanda comune: da dove vengono veramente le nostre viti?
Quando le viti viaggiavano insieme agli uomini
Per comprenderlo bisogna tornare molto indietro nel tempo.
La vite non ha mai conosciuto confini regionali o nazionali. Ha viaggiato insieme agli uomini. Mercanti, popolazioni in movimento e contadini hanno trasportato semi, tralci e piante attraverso montagne, pianure e mari.
Una vite arrivava in una nuova terra e lì poteva incontrare le viti selvatiche già presenti. L’uomo osservava, sceglieva le piante che davano i frutti migliori e continuava a riprodurle. È un processo durato secoli, anzi millenni.
Oggi la genetica permette di leggere alcune tracce lasciate da questa lunghissima storia.
Ed è proprio questo che rende interessante il ragionamento di Scienza: coltivare una varietà da centinaia di anni in un territorio non basta, da solo, a dimostrare che quella vite sia nata proprio lì.
I cinque vitigni scelti diventano allora cinque esempi attraverso i quali raccontare un’Italia antichissima.

Lambrusco di Sorbara: la voce della pianura emiliana

Lambrusco di Sorbara

Il Lambrusco di Sorbara ci porta in Emilia, soprattutto nella pianura modenese.
Chi associa la parola Lambrusco a un solo vino potrebbe rimanere sorpreso: esistono infatti diversi Lambruschi, ciascuno con caratteristiche proprie. Il Sorbara è uno dei più riconoscibili.
Il colore può essere sorprendentemente chiaro per un vino rosso e la sua forza non sta nella potenza, ma nella freschezza, nel profumo e in quella vivacità che lo rende così legato alla cucina e alla cultura emiliana.
Dietro la sua apparente semplicità si nasconde una storia molto antica, nella quale la presenza delle viti selvatiche e il lavoro dell’uomo hanno avuto un ruolo fondamentale.

Greco di Tufo: un nome che racconta una terra

Geco di Tufo

Scendendo verso sud incontriamo il Greco di Tufo.
Siamo in Irpinia, in Campania, in un territorio fatto di colline, escursioni termiche e terreni che hanno contribuito a costruire la fama di questo grande bianco.
Il nome potrebbe far pensare immediatamente alla Grecia e quindi a un’origine greca della varietà. Ed è proprio qui che storia e genetica ci insegnano a non fermarci alle parole.
Le ricerche moderne hanno infatti permesso di rivedere alcune vecchie convinzioni sulle origini dei vitigni. Nel caso del Greco di Tufo, inoltre, la genetica ha mostrato la sua identità con l’Asprinio: due nomi e due tradizioni enologiche molto diverse possono nascondere la stessa varietà.
È uno degli esempi più belli di quanto il vino possa cambiare volto incontrando territori e uomini differenti.

Aglianico: il grande rosso del Sud

Aglianico

L’Aglianico è uno dei grandi vitigni rossi italiani.
Campania e Basilicata sono le sue terre più conosciute e da quest’uva nascono vini capaci di grande struttura e lunga vita.
Anche il suo nome ha alimentato per molto tempo racconti e ipotesi sulla provenienza greca. Ma, ancora una volta, la storia di una vite non può essere ricostruita soltanto attraverso il nome che porta.
L’Aglianico è interessante proprio perché ci costringe ad andare oltre le spiegazioni più facili. Secoli di coltivazione e selezione lo hanno legato profondamente ai territori dell’Italia meridionale, fino a renderlo una delle loro espressioni più riconoscibili.

Refosco dal Peduncolo Rosso: una storia del Nord Adriatico

Refosco dal peduncolo rosso

Il viaggio torna poi verso nord, nel Friuli Venezia Giulia e nell’area del Nord Adriatico, dove incontriamo il Refosco dal Peduncolo Rosso.
Il suo nome nasce da un particolare facile da osservare: durante la maturazione il peduncolo del grappolo assume una caratteristica tonalità rossastra.
Ma dietro quel piccolo segno si nasconde una storia molto più grande.
Il termine Refosco è stato utilizzato nei secoli per indicare varietà differenti e soltanto l’ampelografia moderna, affiancata dalla genetica, ha permesso di fare maggiore chiarezza.
Il Refosco dal Peduncolo Rosso è una vite vigorosa, dalla maturazione piuttosto tardiva, capace di dare vini dal colore intenso, freschi, tannici e con una personalità ben riconoscibile. Il suo rapporto con queste terre è il risultato di una lunga storia di coltivazione e selezione.

Enantio: il sopravvissuto

Enantio

Infine arriviamo nella Vallagarina, lungo l’Adige, dove troviamo forse il nome meno conosciuto dei cinque: l’Enantio.
Ed è proprio per questo uno dei più affascinanti.
È una varietà antica che ha continuato a vivere in un territorio ristretto mentre il mondo della viticoltura cambiava intorno a lei. In alcune vigne si possono ancora incontrare ceppi molto vecchi, testimoni di una viticoltura che non è stata cancellata dal tempo.
L’Enantio ci ricorda una cosa importante: la biodiversità non vive nei libri o nelle banche genetiche. Vive soprattutto quando qualcuno continua a coltivarla.
Allora, che cosa significa davvero autoctono?
Forse è questa la domanda più importante lasciata dal viaggio proposto da Attilio Scienza.
La scienza ci sta insegnando che la storia dei vitigni è molto meno semplice di quanto raccontino certe etichette. Una vite può avere viaggiato, incontrato altre popolazioni di vite, essere stata selezionata dall’uomo e infine aver trovato un territorio nel quale costruire la propria identità.
Per questo conoscere le vere origini dei nostri vitigni non significa togliere valore alla tradizione.
Significa darle fondamenta più profonde.
Lambrusco di Sorbara, Greco di Tufo, Aglianico, Refosco dal Peduncolo Rosso ed Enantio raccontano cinque Italie diverse. Pianura e montagna, Nord e Sud, vini bianchi, rossi e spumeggianti.
Eppure hanno qualcosa in comune.
Dietro ciascuno di loro c’è una vite, dietro quella vite ci sono uomini e donne e, dietro di loro, secoli di storia.
Forse è proprio questo il significato più bello della parola autoctono.
Non qualcosa che è semplicemente rimasto fermo nello stesso posto.
Ma qualcosa che, dopo una storia lunghissima, ha trovato una terra capace di diventare casa.

Barbara Diana Pupolin Sommelier A.I.S.

Vendemmia 2026 in anticipo: dal Nord al Sud l’Italia del vino fa i conti con il caldo

La vendemmia 2026 è partita in anticipo in diverse zone d’Italia e quello che sta accadendo nei vigneti conferma un cambiamento con il quale molti viticoltori hanno ormai imparato a confrontarsi.

Le alte temperature e l’andamento della stagione hanno accelerato lo sviluppo della vite e la maturazione delle uve, tanto che in alcuni territori i primi grappoli sono stati raccolti quando il mese di luglio non era ancora terminato. Questo non significa che tutta l’Italia stia vendemmiando nello stesso momento, perché il nostro Paese presenta condizioni molto diverse tra una regione e l’altra e persino tra vigneti distanti pochi chilometri. Altitudine, esposizione al sole, tipo di terreno, disponibilità di acqua e varietà coltivata possono modificare sensibilmente i tempi della raccolta. Il dato che accomuna molte zone è però un ciclo della vite particolarmente veloce, che quest’anno sta spingendo numerosi produttori a osservare la maturazione dei grappoli senza affidarsi troppo alle date tradizionali.

Come spesso accade, è stata la Sicilia ad aprire la stagione della vendemmia italiana, con i primi grappoli raccolti già nella seconda parte di luglio, a cominciare dalle varietà bianche più precoci. Il clima dell’isola porta normalmente la Sicilia a essere una delle prime regioni italiane a iniziare la raccolta, ma quest’anno l’attenzione è ancora maggiore proprio a causa della rapidità con cui stanno maturando alcune uve. Quando le temperature rimangono elevate per molti giorni, infatti, anche una breve attesa può modificare le caratteristiche dei grappoli. Raccogliere presto, tuttavia, non significa necessariamente ottenere vini di qualità inferiore. Al contrario, anticipare la vendemmia può diventare una scelta necessaria per conservare il giusto equilibrio tra zuccheri, acidità e profumi, soprattutto nel caso delle uve bianche e di quelle destinate alla produzione di spumanti.

La maturazione viene seguita con attenzione anche nelle altre regioni meridionali. Puglia, Calabria, Campania, Basilicata e Sardegna presentano condizioni molto differenti tra loro, perché una vigna vicina al mare può reagire al caldo in maniera diversa rispetto a una situata in collina o nelle zone interne. In questi territori la disponibilità di acqua assume un’importanza fondamentale, perché quando le temperature elevate sono accompagnate da lunghi periodi senza pioggia la vite può entrare in sofferenza e il processo di maturazione diventa più difficile da gestire. Molto dipende quindi dalle riserve idriche presenti nel terreno, dalle precipitazioni dei mesi precedenti e dalla capacità delle radici di raggiungere l’umidità negli strati più profondi.

Salendo verso il Centro Italia, anche Abruzzo e Marche stanno vivendo una stagione che richiede particolare attenzione. Qui alla questione della maturazione delle uve si aggiunge quella delle quantità da produrre e della necessità di trovare un equilibrio tra produzione e richiesta del mercato.

In Toscana, dove si trovano alcune delle denominazioni italiane più conosciute nel mondo, il caldo ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della vite, ma per molte delle grandi varietà rosse è ancora necessario attendere prima di poter formulare un giudizio sull’annata. Il Sangiovese e le altre uve destinate ai vini rossi più importanti devono completare la maturazione mantenendo il giusto equilibrio e per questo l’andamento delle prossime settimane sarà determinante.

Lo stesso vale per Umbria e Lazio, dove pianura, collina e zone interne possono mostrare situazioni molto differenti e dove il risultato della vendemmia potrà essere valutato con maggiore precisione soltanto quando la raccolta sarà entrata nella sua fase principale.

Al Nord l’anticipo appare particolarmente evidente per le uve destinate agli spumanti. Uno dei casi che ha attirato maggiormente l’attenzione è quello della Lombardia, dove in alcune aree della Franciacorta la raccolta è cominciata già alla fine di luglio. Chardonnay e Pinot Nero destinati alle basi spumante richiedono infatti una buona acidità e aspettare troppo, soprattutto in presenza di temperature elevate, potrebbe far perdere quella freschezza necessaria per ottenere vini equilibrati.

Anche nell’Oltrepò Pavese la stagione è iniziata presto, mentre in Piemonte l’attenzione si è concentrata inizialmente sulle uve destinate all’Alta Langa. Per Nebbiolo, Barbera e le altre grandi varietà piemontesi il percorso è invece più lungo e saranno le condizioni climatiche delle prossime settimane a stabilire il momento migliore per la raccolta. Nelle Langhe, nel Roero e nel Monferrato ogni fase della maturazione viene seguita con particolare attenzione, soprattutto quando si parla di uve destinate a vini che necessitano di un equilibrio molto preciso tra maturità, acidità e struttura.

Anche il Trentino-Alto Adige presenta situazioni differenti a seconda dell’altitudine. Le uve destinate alle basi spumante sono naturalmente tra le prime a essere controllate, mentre nei vigneti più elevati la maturazione può procedere con maggiore gradualità grazie alle temperature notturne generalmente più fresche. In Veneto l’anticipo interessa soprattutto varietà come Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Grigio e anche qui i produttori stanno seguendo attentamente i vigneti per evitare che il caldo acceleri eccessivamente la maturazione.

Il Friuli Venezia Giulia rientra pienamente in questo quadro e anche qui la stagione si presenta anticipata, sebbene sia impossibile parlare di una situazione identica per tutta la regione. Nelle Grave, nel Collio, nei Colli Orientali, nell’Isonzo e nelle altre aree viticole possono esserci differenze importanti dovute al terreno, alla disponibilità di acqua, all’esposizione e alle temperature notturne. Le varietà più precoci e quelle destinate alle basi spumante sono naturalmente le prime a essere interessate, mentre per Friulano, Sauvignon, Ribolla Gialla e per diversi vitigni rossi sarà necessario osservare attentamente l’evoluzione della maturazione. Anche in questo caso una vendemmia anticipata non deve essere considerata automaticamente un segnale negativo, perché se i grappoli arrivano sani in cantina e vengono raccolti nel momento corretto la qualità può essere comunque molto buona.

Ciò che sta accadendo nel 2026 porta però a una riflessione che va oltre la singola vendemmia. Per generazioni la raccolta dell’uva è stata associata soprattutto al mese di settembre e, nelle zone più tardive, anche a ottobre. Oggi questo calendario è diventato molto meno sicuro e in alcune aree italiane raccogliere Chardonnay o Pinot nel mese di agosto non rappresenta più qualcosa di eccezionale, mentre nelle zone più calde le prime vendemmie possono iniziare addirittura a luglio. Questo cambiamento obbliga le aziende agricole a organizzarsi in maniera diversa, perché una raccolta che arriva una o due settimane prima significa anticipare la preparazione delle cantine, trovare il personale, controllare le attrezzature e organizzare il trasporto delle uve. Per una grande azienda può essere un cambiamento relativamente facile da gestire, mentre per una piccola realtà familiare anche pochi giorni di anticipo possono comportare uno sforzo organizzativo importante. Quando si parla di caldo e vendemmia anticipata si rischia inoltre di pensare che temperature elevate significhino automaticamente vino peggiore, ma la realtà è molto più complessa. Il caldo può certamente creare problemi quando provoca mancanza d’acqua o una maturazione troppo veloce, ma ogni vigneto reagisce in modo differente. Una vite con radici profonde, coltivata in un terreno capace di conservare una buona quantità di umidità, può affrontare meglio un periodo caldo, mentre un vigneto situato in collina o a maggiore altitudine può beneficiare di notti più fresche, che aiutano l’uva a conservare acidità e profumi. Proprio per questo il lavoro del viticoltore diventa fondamentale: bisogna osservare continuamente le piante, assaggiare gli acini, controllare la maturazione e scegliere il momento in cui il grappolo presenta il migliore equilibrio possibile. In un’annata come questa affidarsi soltanto alle date utilizzate in passato avrebbe poco senso.

Alla questione climatica si aggiunge poi quella economica. Il settore vinicolo italiano sta attraversando un periodo delicato e in diversi territori si discute anche delle quantità da produrre. Alcune cantine hanno ancora vino delle annate precedenti e il rallentamento dei consumi rende necessario evitare che sul mercato arrivi una quantità di prodotto troppo elevata. Per questo in alcune zone si sta ragionando sul contenimento delle rese e sulla possibilità di privilegiare maggiormente la qualità. Clima e mercato sono due problemi molto diversi, ma finiscono per incontrarsi proprio durante la vendemmia: da una parte il produttore deve decidere quando raccogliere l’uva, dall’altra deve fare i conti con un settore che non sempre riesce ad assorbire tutto il vino prodotto.

È ancora presto, comunque, per stabilire quanta uva verrà raccolta complessivamente in Italia e soprattutto quale sarà il livello qualitativo della vendemmia 2026. Le prime indicazioni possono essere incoraggianti, ma una grandinata, un periodo di piogge insistenti o una nuova ondata di caldo possono cambiare rapidamente la situazione. Per questo bisognerà attendere che la raccolta entri nel vivo prima di tracciare un bilancio attendibile.

Una cosa, però, appare già evidente: dalla Sicilia alla Lombardia, dal Piemonte al Veneto, dal Friuli Venezia Giulia alla Toscana, passando per le grandi regioni viticole del Centro e del Sud, il calendario della vite sta diventando sempre meno prevedibile. La vendemmia 2026 racconta quindi qualcosa che va oltre la singola annata e mostra un’Italia del vino chiamata ad adattarsi a stagioni più calde, maturazioni anticipate e differenze sempre più marcate tra un territorio e l’altro.

Il vino continuerà a nascere nei vigneti come è sempre accaduto, ma capire quando è arrivato davvero il momento di raccogliere l’uva sta diventando una delle decisioni più importanti e delicate per chi lavora ogni giorno tra i filari.

BDP



Conti della Frattina: mille anni di storia e una nuova generazione pronta a scrivere il futuro


“Cominus hic amor eminus” 
“Questo amore supera ogni distanza”

Ci sono aziende vinicole che raccontano una storia. E poi ci sono realtà come Conti della Frattina, a Frattina di Pravisdomini (PN), dove è la storia stessa a raccontare l’azienda.

Da oltre mille anni la famiglia della Frattina custodisce un patrimonio fatto di terra, vigne e tradizioni. Una cultura agricola tramandata di generazione in generazione, le cui radici risalgono al 986 d.C., quando Marzutto della Frattina ricevette in investitura le terre sulle quali ancora oggi la famiglia vive e lavora. Un percorso straordinario che attraversa i secoli senza mai interrompere il legame con la viticoltura.

Il motto della casata,  “Cominus hic amor eminus”  “Questo amore supera ogni distanza” sintetizza perfettamente il rapporto con la propria terra. Un legame che vive nei vigneti tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, in un territorio vocato alla produzione del vino fin dall’epoca romana, tanto che già Plinio il Vecchio ne celebrava le virtù.

Nel corso dei secoli i della Frattina hanno ricoperto ruoli di primo piano: abati, cavalieri, uomini d’arme, letterati, medici e marinai. Nel 1541 l’imperatore Carlo V conferì loro il prestigioso titolo di Conti Palatini, riconoscendo il valore e la fedeltà della famiglia alla Corona imperiale.

Oggi questa eredità è custodita dal Conte Manlio della Frattina, che ha trasformato l’amore per la natura in uno stile di vita. Dopo le esperienze nella Brigata Folgore e nelle regate internazionali di vela, è tornato definitivamente alla terra, dedicandosi ai vigneti, alla vinificazione e a un’agricoltura rispettosa dell’ambiente.

Conte Manlio della Frattina

Per Manlio il vino non si costruisce in cantina: nasce dalla terra e racconta con autenticità il carattere del vitigno, dell’annata e del territorio. Una filosofia che si riflette in ogni bottiglia firmata Conti della Frattina.

Sampà: il vino ritrovato che racconta una storia lunga due secoli

Tra le etichette più affascinanti della cantina Conti della Frattina c’è senza dubbio il Sampà, un vino che racchiude in sé il valore della memoria e della riscoperta. Non è soltanto un vino: è un frammento di storia riportato alla luce grazie alla tenacia del Conte Manlio della Frattina, che ha voluto recuperare un antico vitigno quasi scomparso, la Marzemina Bianca, conosciuta localmente proprio come Sampagna. Alcune vecchie piante erano sopravvissute in uno dei poderi storici della famiglia e, anziché lasciarle scomparire, Manlio ha deciso di restituire loro una nuova vita. Da queste uve, unite al Verduzzo trevigiano, nasce un vino autentico, prodotto secondo un metodo antico: viene imbottigliato seguendo le fasi lunari, senza filtrazione, lasciando che sia la natura a completare il suo lavoro. Il risultato è un vino piacevolmente frizzante, vivo, ricco di personalità e capace di sorprendere per la sua naturale eleganza. Ma è il nome a custodire il racconto più curioso: la Sampagna deve infatti le proprie origini all’epoca napoleonica. Quando i soldati francesi occuparono le ville e le dimore gentilizie del Veneto, rimasero conquistati da questo vino locale che ricordava loro lo Champagne dell’epoca. Va ricordato che, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, lo Champagne era molto diverso da quello che conosciamo oggi: meno limpido, meno raffinato e spesso naturalmente torbido e vivace, caratteristiche che lo rendevano sorprendentemente simile a questo vino del territorio. I militari francesi lo chiamavano naturalmente Champagne, ma la pronuncia, tramandata oralmente dalla popolazione locale, venne progressivamente trasformata nel dialetto veneto fino a diventare Sampagna. Con l’evoluzione delle tecniche di spumantizzazione francesi e l’affermazione dello Champagne moderno, questo vino tradizionale finì lentamente nell’oblio. Oggi sono pochissimi i produttori che hanno scelto di riportarlo in vita, e tra questi il Conte Manlio della Frattina è stato uno dei principali protagonisti di questa rinascita.

Il Sampà rappresenta così molto più di un’etichetta: è un ponte tra passato e presente, un omaggio alla biodiversità viticola del territorio e alla volontà di custodire quei vitigni antichi che rischiavano di essere dimenticati. È la dimostrazione concreta della filosofia che guida Conti della Frattina: innovare senza mai perdere il rispetto per la storia, perché ogni bottiglia possa raccontare non solo un vino, ma anche la cultura e l’identità di una terra.

L’oro della Frattina

Il Podere della Frattina, però, non è soltanto vino. Tra le passioni del Conte spicca quella per le api, coltivata fin dall’infanzia e trasformata in una produzione di miele di altissima qualità. Nasce così “L’Oro dei Frattina”, simbolo della biodiversità e dell’equilibrio naturale che la famiglia tutela ogni giorno.

Il 2026 segna un passaggio importante nella storia dell’azienda. Marco della Frattina consegue la laurea in Enologia, portando in cantina competenze tecniche e una visione orientata al futuro della viticoltura. Al suo fianco c’è il fratello maggiore Carlo, laureato in Economia e Gestione Aziendale, che mette a disposizione dell’impresa le proprie competenze manageriali e organizzative. Insieme entrano ufficialmente nella conduzione dell’azienda, affiancando il padre Manlio nello sviluppo della cantina e dei suoi progetti futuri.

Carlo, Marco e Manlio della Frattina

È un ricambio generazionale naturale, che guarda avanti senza perdere il legame con il passato. L’esperienza di Manlio si unisce all’entusiasmo, alla preparazione e alla visione complementare dei figli, creando un equilibrio tra tradizione, competenze tecniche e capacità imprenditoriali, con l’obiettivo di valorizzare una storia lunga oltre dieci secoli.

E poi c’è Morgana, la più giovane della famiglia. Ancora adolescente, osserva con curiosità la vita del podere e ha già trovato un ruolo tutto suo, dedicandosi con entusiasmo a “L’Oro dei Frattina”. Segue con passione il mondo delle api e la produzione del miele di famiglia, dimostrando una sensibilità particolare verso la natura che da sempre contraddistingue i Della Frattina. Chissà se un giorno sceglierà di affiancare Carlo e Marco nella conduzione dell’azienda: sarebbe il naturale proseguimento di una storia che continua a rinnovarsi attraverso le nuove generazioni.

Alla Conti della Frattina il tempo non è solo memoria, ma un ponte tra passato e futuro. Tradizione e innovazione convivono, sostenute dalla ricerca, dalla preparazione dei giovani e da un profondo rispetto per la natura che da sempre distingue questa famiglia.

Perché alcune aziende producono vino. I Conti della Frattina, da oltre mille anni, coltivano soprattutto un’eredità fatta di passione, identità e amore per la propria terra. E oggi, con Carlo, Marco e forse, un domani, anche Morgana, quella storia è pronta a continuare.

Il vino analcolico: moda o futuro?


C’è chi lo considera una semplice alternativa e chi pensa possa aprire una nuova strada nel mondo del vino.
Non sostituisce la tradizione, ma racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo.
E voi, cosa ne pensate? 
È un’opportunità per il mercato o il vino, per essere davvero tale, deve restare quello di sempre?

Fino a pochi anni fa sembrava un’idea quasi impossibile. Oggi invece il vino analcolico sta entrando nei supermercati, nei ristoranti e perfino nei wine bar. C’è chi lo considera una semplice moda e chi pensa possa rappresentare il futuro di una parte del mercato.

Ma perché sempre più persone lo scelgono? Il motivo principale è il cambiamento dello stile di vita. Oggi molte persone vogliono stare attente alla salute, guidare in sicurezza o semplicemente bere qualcosa di più leggero. I giovani, soprattutto, consumano meno alcol rispetto alle generazioni passate e cercano prodotti che permettano di stare insieme senza eccessi. Anche il mondo del lavoro è cambiato. Pranzi veloci, ritmi intensi e giornate sempre piene spingono molti a limitare il consumo di alcol durante la settimana. Il vino analcolico permette così di mantenere il rito del calice senza gli effetti dell’alcol.

Ma cos’è davvero? Non si tratta di semplice succo d’uva.

Il vino analcolico nasce da un vino tradizionale al quale viene tolta quasi completamente la parte alcolica attraverso tecniche particolari. Rimangono molti aromi e parte delle caratteristiche organolettiche, anche se il sapore non è identico a quello del vino classico. Naturalmente il tema divide gli appassionati. Per alcuni il vino senza alcol non può essere considerato vero vino, perché manca proprio l’elemento che per secoli ne ha fatto parte della cultura e della convivialità. Altri invece pensano che il mercato debba evolversi insieme alle nuove abitudini dei consumatori. In Italia il fenomeno è ancora limitato, ma sta crescendo. Nei Paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti il settore si sta sviluppando rapidamente, soprattutto tra i giovani adulti.

E in Friuli?

Una regione famosa per i suoi bianchi freschi ed eleganti potrebbe guardare con interesse anche a questo nuovo segmento.

Il consumatore moderno cerca infatti prodotti più leggeri, meno alcolici e adatti a momenti diversi della giornata. Questo non significa che il vino tradizionale sparirà. Il rosso importante, il bianco territoriale e le grandi etichette continueranno ad avere il loro spazio. Però il mercato sta cambiando e il vino analcolico potrebbe diventare una nuova possibilità per chi vuole vivere il piacere del calice in modo diverso.

E la domanda finale è inevitabile:

lo berrei?

Su questo preferisco non rispondere… almeno per ora.

Barbara Diana Pupolin, Sommelier A.I.S.

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