
Autoctono. Nel mondo del vino è una parola che sentiamo continuamente.
La usiamo per raccontare vitigni antichi, vini legati a una regione, tradizioni che sembrano esistere da sempre. L’Italia possiede un patrimonio di varietà straordinario e siamo abituati a pensare che un vitigno coltivato da secoli nello stesso luogo sia, quasi automaticamente, autoctono.
Ma siamo sicuri che autoctono significhi davvero “nato qui”?
A mettere in discussione questa certezza è Attilio Scienza, uno dei più importanti studiosi italiani della vite. A Vinitaly 2026 ha affrontato proprio questo argomento scegliendo cinque vitigni per raccontare quanto sia complesso stabilire la vera origine di una vite.
I nomi sono Lambrusco di Sorbara, Greco di Tufo, Aglianico, Refosco dal Peduncolo Rosso ed Enantio.
Cinque vitigni molto diversi, distribuiti dal Nord al Sud della penisola. E una domanda comune: da dove vengono veramente le nostre viti?
Quando le viti viaggiavano insieme agli uomini
Per comprenderlo bisogna tornare molto indietro nel tempo.
La vite non ha mai conosciuto confini regionali o nazionali. Ha viaggiato insieme agli uomini. Mercanti, popolazioni in movimento e contadini hanno trasportato semi, tralci e piante attraverso montagne, pianure e mari.
Una vite arrivava in una nuova terra e lì poteva incontrare le viti selvatiche già presenti. L’uomo osservava, sceglieva le piante che davano i frutti migliori e continuava a riprodurle. È un processo durato secoli, anzi millenni.
Oggi la genetica permette di leggere alcune tracce lasciate da questa lunghissima storia.
Ed è proprio questo che rende interessante il ragionamento di Scienza: coltivare una varietà da centinaia di anni in un territorio non basta, da solo, a dimostrare che quella vite sia nata proprio lì.
I cinque vitigni scelti diventano allora cinque esempi attraverso i quali raccontare un’Italia antichissima.
Lambrusco di Sorbara: la voce della pianura emiliana

Il Lambrusco di Sorbara ci porta in Emilia, soprattutto nella pianura modenese.
Chi associa la parola Lambrusco a un solo vino potrebbe rimanere sorpreso: esistono infatti diversi Lambruschi, ciascuno con caratteristiche proprie. Il Sorbara è uno dei più riconoscibili.
Il colore può essere sorprendentemente chiaro per un vino rosso e la sua forza non sta nella potenza, ma nella freschezza, nel profumo e in quella vivacità che lo rende così legato alla cucina e alla cultura emiliana.
Dietro la sua apparente semplicità si nasconde una storia molto antica, nella quale la presenza delle viti selvatiche e il lavoro dell’uomo hanno avuto un ruolo fondamentale.
Greco di Tufo: un nome che racconta una terra

Scendendo verso sud incontriamo il Greco di Tufo.
Siamo in Irpinia, in Campania, in un territorio fatto di colline, escursioni termiche e terreni che hanno contribuito a costruire la fama di questo grande bianco.
Il nome potrebbe far pensare immediatamente alla Grecia e quindi a un’origine greca della varietà. Ed è proprio qui che storia e genetica ci insegnano a non fermarci alle parole.
Le ricerche moderne hanno infatti permesso di rivedere alcune vecchie convinzioni sulle origini dei vitigni. Nel caso del Greco di Tufo, inoltre, la genetica ha mostrato la sua identità con l’Asprinio: due nomi e due tradizioni enologiche molto diverse possono nascondere la stessa varietà.
È uno degli esempi più belli di quanto il vino possa cambiare volto incontrando territori e uomini differenti.
Aglianico: il grande rosso del Sud

L’Aglianico è uno dei grandi vitigni rossi italiani.
Campania e Basilicata sono le sue terre più conosciute e da quest’uva nascono vini capaci di grande struttura e lunga vita.
Anche il suo nome ha alimentato per molto tempo racconti e ipotesi sulla provenienza greca. Ma, ancora una volta, la storia di una vite non può essere ricostruita soltanto attraverso il nome che porta.
L’Aglianico è interessante proprio perché ci costringe ad andare oltre le spiegazioni più facili. Secoli di coltivazione e selezione lo hanno legato profondamente ai territori dell’Italia meridionale, fino a renderlo una delle loro espressioni più riconoscibili.
Refosco dal Peduncolo Rosso: una storia del Nord Adriatico

Il viaggio torna poi verso nord, nel Friuli Venezia Giulia e nell’area del Nord Adriatico, dove incontriamo il Refosco dal Peduncolo Rosso.
Il suo nome nasce da un particolare facile da osservare: durante la maturazione il peduncolo del grappolo assume una caratteristica tonalità rossastra.
Ma dietro quel piccolo segno si nasconde una storia molto più grande.
Il termine Refosco è stato utilizzato nei secoli per indicare varietà differenti e soltanto l’ampelografia moderna, affiancata dalla genetica, ha permesso di fare maggiore chiarezza.
Il Refosco dal Peduncolo Rosso è una vite vigorosa, dalla maturazione piuttosto tardiva, capace di dare vini dal colore intenso, freschi, tannici e con una personalità ben riconoscibile. Il suo rapporto con queste terre è il risultato di una lunga storia di coltivazione e selezione.
Enantio: il sopravvissuto

Infine arriviamo nella Vallagarina, lungo l’Adige, dove troviamo forse il nome meno conosciuto dei cinque: l’Enantio.
Ed è proprio per questo uno dei più affascinanti.
È una varietà antica che ha continuato a vivere in un territorio ristretto mentre il mondo della viticoltura cambiava intorno a lei. In alcune vigne si possono ancora incontrare ceppi molto vecchi, testimoni di una viticoltura che non è stata cancellata dal tempo.
L’Enantio ci ricorda una cosa importante: la biodiversità non vive nei libri o nelle banche genetiche. Vive soprattutto quando qualcuno continua a coltivarla.
Allora, che cosa significa davvero autoctono?
Forse è questa la domanda più importante lasciata dal viaggio proposto da Attilio Scienza.
La scienza ci sta insegnando che la storia dei vitigni è molto meno semplice di quanto raccontino certe etichette. Una vite può avere viaggiato, incontrato altre popolazioni di vite, essere stata selezionata dall’uomo e infine aver trovato un territorio nel quale costruire la propria identità.
Per questo conoscere le vere origini dei nostri vitigni non significa togliere valore alla tradizione.
Significa darle fondamenta più profonde.
Lambrusco di Sorbara, Greco di Tufo, Aglianico, Refosco dal Peduncolo Rosso ed Enantio raccontano cinque Italie diverse. Pianura e montagna, Nord e Sud, vini bianchi, rossi e spumeggianti.
Eppure hanno qualcosa in comune.
Dietro ciascuno di loro c’è una vite, dietro quella vite ci sono uomini e donne e, dietro di loro, secoli di storia.
Forse è proprio questo il significato più bello della parola autoctono.
Non qualcosa che è semplicemente rimasto fermo nello stesso posto.
Ma qualcosa che, dopo una storia lunghissima, ha trovato una terra capace di diventare casa.
Barbara Diana Pupolin Sommelier A.I.S.
