
Ci sono vigne che si visitano e altre davanti alle quali viene spontaneo fermarsi.
A Tramonti, nel cuore verde della Costa d’Amalfi, basta entrare sotto una vecchia pergola per rendersi conto che la vite può assumere forme e proporzioni molto lontane dall’immagine ordinata alla quale ci hanno abituato tanti vigneti contemporanei.
Qui il legno si torce, si divide, si avvita su se stesso; i tronchi diventano possenti, le branche corrono sopra la testa e sembrano appropriarsi dello spazio. In alcuni esemplari la corteccia è così profondamente segnata, scavata e ripiegata da far pensare più a una scultura che a una pianta coltivata.
Eppure queste viti sono vive. Ogni primavera ricominciano. Germogliano, distendono la vegetazione sulla pergola e tornano a produrre grappoli.
Guardandole, viene quasi da pensare che per loro il tempo non sia trascorso ma si sia semplicemente accumulato nel legno.
Sono le antiche viti di Tramonti e tra loro c’è un protagonista che identifica profondamente questo territorio: il Tintore.

Foto di Vincenzo Ferrara.
Le immagini che accompagnano questo articolo mi sono state messe a disposizione da Vincenzo Ferrara, veterinario in pensione di Tramonti e appassionato promotore del proprio territorio.
È anche grazie a persone come lui, che continuano a osservare, documentare e raccontare ciò che hanno intorno, se patrimoni viticoli così particolari riescono a oltrepassare i confini locali e a farsi conoscere.
Le sue fotografie permettono di comprendere immediatamente ciò che le parole fanno fatica a restituire: la monumentalità di alcune di queste piante. Si parla talvolta, con una certa enfasi, dei “tralci più grossi del mondo”. L’immagine è affascinante, ma la terminologia viticola richiede maggiore precisione. Quelle enormi strutture legnose che vediamo nelle vecchie viti sono soprattutto tronchi e branche permanenti, cresciuti e modellati nel corso di moltissimi anni; il tralcio è invece il germoglio dell’anno una volta lignificato.
Non occorre quindi inseguire un primato non adeguatamente documentato per restare impressionati: ciò che esiste realmente sotto queste pergole è già straordinario.

Tramonti, d’altra parte, è una Costiera Amalfitana diversa da quella consegnata all’immaginario turistico.
Quando pronunciamo il nome della Costiera pensiamo quasi inevitabilmente al mare, alle case sospese sui pendii, ai limoneti, alle strade che seguono le pareti della montagna e a quel Mediterraneo che compare e scompare dietro ogni curva. Tramonti è invece il volto interno di questo territorio, adagiato tra i Monti Lattari e composto da numerose frazioni, vallate, boschi, coltivazioni e piccoli nuclei abitati.
Il mare non è lontano, ma qui è la montagna a dettare molte delle regole.

Foto di Vincenzo Ferrara.
L’altitudine, le escursioni termiche, l’esposizione, la ventilazione e la natura dei terreni contribuiscono a creare condizioni molto particolari.
Nella composizione dei suoli ha un ruolo importante anche il materiale di origine vulcanica e piroclastica depositatosi nel tempo, un elemento che diventa particolarmente interessante quando si parla delle vecchie viti sopravvissute a piede franco.
Ed è proprio qui che il racconto assume un valore che va oltre la semplice curiosità ampelografica.
A Tramonti sono infatti ancora presenti antiche viti non innestate su portainnesto americano, sopravvissute all’epoca in cui la fillossera trasformò radicalmente la viticoltura europea. Tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il piccolo insetto proveniente dal continente americano devastò i vigneti europei attaccando l’apparato radicale della Vitis vinifera. La soluzione che consentì di ricostruire il vigneto europeo fu l’innesto delle varietà europee su portainnesti di origine americana resistenti al parassita.
Per questo oggi una vite europea a piede franco rappresenta qualcosa di particolare: le sue radici appartengono alla stessa pianta che vediamo emergere dal terreno.
Non significa naturalmente che ogni vecchia vite di Tramonti sia automaticamente prefillosserica, né che l’età possa essere stabilita semplicemente osservando la circonferenza del tronco. La datazione delle viti molto vecchie è complessa e le cavità interne che spesso si formano nei tronchi rendono difficile applicare i metodi utilizzati per altri alberi. È però documentata nel territorio la presenza di vecchie vigne a pergola e di piante a piede franco, ed è questo dato, senza bisogno di aggiungere leggende, a rendere Tramonti uno dei luoghi più affascinanti della viticoltura campana.
Poi c’è la pergola.
La tradizionale pergola tramontina non è soltanto un sistema di allevamento, ma una componente del paesaggio. Storicamente sostenuta anche attraverso l’impiego di pali di castagno, permette alla vegetazione di svilupparsi sopra il terreno creando una sorta di tetto vegetale. Camminarci sotto significa entrare fisicamente nella vigna anziché limitarsi a passarle accanto.
Nelle piante più antiche la struttura assume proporzioni sorprendenti. Il tronco sale, si divide e consegna alle grandi branche il compito di occupare la pergola. L’uomo lavora sotto, la vite vive sopra. È un rapporto costruito nel tempo e adattato a una varietà caratterizzata da notevole vigoria.

Foto di Vincenzo Ferrara.
In questo scenario vive il Tintore di Tramonti.
Il Tintore è una varietà a bacca nera iscritta dal 2010 al Registro Nazionale delle Varietà di Vite con il codice 444. Il riconoscimento ufficiale è quindi relativamente recente, mentre la sua presenza e la sua coltivazione nel territorio hanno radici ben più lontane.
Il nome, già da solo, racconta una delle sue caratteristiche più evidenti: Tintore, perché tinge.
Le bucce sono particolarmente ricche di sostanze coloranti e danno origine a vini dalla veste cromatica intensa. È una caratteristica che storicamente ha contribuito anche all’utilizzo di uve di questo tipo per rafforzare colore e struttura di altri vini. Ma fermarsi al colore significherebbe fare al Tintore un torto.
È infatti proprio quando smette di essere considerato soltanto un comprimario capace di “tingere” e viene osservato come interprete del proprio territorio che il vitigno mostra la sua personalità.
Occorre anche evitare una facile confusione. Tintore di Tramonti e Tintilia del Molise non sono sinonimi. La somiglianza dei nomi e il comune richiamo alla capacità colorante possono trarre in inganno, ma si tratta di varietà distinte. Allo stesso modo, il termine “Tintore” non dovrebbe portarci automaticamente a classificare il vitigno tra i teinturier nel significato ampelografico più rigoroso, nel quale la pigmentazione interessa anche la polpa. È un dettaglio tecnico, ma importante, perché nel mondo del vino le suggestioni funzionano bene soltanto quando poggiano sulla precisione.
Dal punto di vista agronomico il Tintore è una varietà vigorosa e tardiva. La sua capacità di conservare acidità costituisce uno degli aspetti più interessanti per comprenderne il comportamento enologico, soprattutto considerando l’ambiente di Tramonti. Colore, acidità, struttura tannica e maturazione diventano così gli elementi con cui il produttore deve confrontarsi in cantina.
E qui si arriva finalmente al bicchiere.
Il Tintore non è un rosso che cerca la delicatezza a tutti i costi. Il colore è profondo, spesso impenetrabile nelle interpretazioni più concentrate. Al naso il frutto scuro può incontrare note floreali, speziate, vegetali e terrose, con sfumature che naturalmente cambiano in funzione dell’annata, dell’età delle viti, delle scelte di vinificazione e dell’affinamento. In bocca, però, è soprattutto l’incontro tra struttura, trama tannica e freschezza a definirne il carattere.
Quella freschezza è fondamentale.
Senza di essa, un’uva così ricca di colore e materia rischierebbe di tradursi semplicemente in potenza. È invece la componente acida a dare slancio e a rendere più interessante la massa del vino, soprattutto quando il produttore riesce a governare l’estrazione senza cercare concentrazione fine a se stessa.
Il Tintore racconta così un paradosso solo apparente: nasce a pochi chilometri dal Mediterraneo, ma possiede l’anima di un vino di montagna.
È forse questa tensione tra mare e rilievi, tra il Sud geografico e un ambiente viticolo fresco e ventilato, a renderlo particolarmente affascinante.
Nella Costa d’Amalfi DOC, Tramonti è una delle sottozone previste dal disciplinare. Nei rossi della sottozona il Tintore entra nel gioco degli uvaggi insieme alle altre varietà ammesse, all’interno di una tradizione nella quale la pluralità dei vitigni ha rappresentato per lungo tempo la normalità e non l’eccezione.
Oggi, tuttavia, l’attenzione crescente verso le varietà autoctone ha cambiato anche il modo di guardare al Tintore. Quello che un tempo poteva essere apprezzato soprattutto per la capacità di apportare colore diventa materia di studio e di valorizzazione. Non più soltanto “uva da taglio”, quindi, ma varietà attraverso la quale interrogare il territorio e cercare una precisa identità nel vino.
E forse è proprio questo il passaggio più interessante della sua storia contemporanea.

Foto di Vincenzo Ferrara.
Perché salvaguardare il Tintore non significa semplicemente conservare un nome all’interno di un registro ampelografico.
Significa conservare le vecchie pergole, tutelare il patrimonio genetico delle piante, mantenere viva una pratica agricola e soprattutto rendere economicamente possibile continuare a coltivare vigneti che certamente non possono competere con la viticoltura meccanizzata sul terreno dei costi.
Una vite monumentale è bellissima da fotografare. Molto meno semplice è potarla, curarla, vendemmiarla e mantenerla produttiva anno dopo anno.
Dietro ogni vecchio ceppo sopravvissuto non c’è soltanto la resistenza biologica della pianta. Ci sono famiglie che hanno deciso di non estirparlo, contadini che lo hanno potato, generazioni che hanno continuato a utilizzare la pergola quando altri sistemi sarebbero stati più facili da gestire. In altre parole, dietro la longevità della vite c’è sempre anche una scelta umana.
Per questo le fotografie inviatemi da Vincenzo Ferrara acquistano un significato che va oltre la loro bellezza.
Mostrano il legno, certamente, ma raccontano anche il tempo.
In un tronco scavato possiamo leggere le ferite delle potature; nelle torsioni delle branche possiamo riconoscere l’adattamento della pianta allo spazio che l’uomo le ha assegnato; nella pergola possiamo ritrovare una tecnica agricola tramandata; nei grappoli che continuano a maturare sopra strutture legnose tanto antiche troviamo la dimostrazione che questo patrimonio non appartiene soltanto al passato.
È ancora produttivo. È ancora vino.

Antica vite di Tramonti.
Foto di Vincenzo Ferrara.
Ed è probabilmente questo l’aspetto che più affascina del Tintore di Tramonti.
Viviamo un momento storico nel quale il mondo del vino parla continuamente di identità, territorio, biodiversità, vecchie vigne e vitigni autoctoni. Sono parole importanti, ma il rischio è che, ripetendole troppo, finiscano per diventare formule.
A Tramonti quelle parole hanno ancora un corpo.
Bisogna soltanto entrare sotto una pergola e guardare.
Guardare un tronco che sembra troppo grande per essere una vite, seguire con gli occhi le branche che si perdono sopra la testa, osservare i grappoli appesi a quel groviglio di legno e pensare a quante persone, prima di noi, hanno fatto lo stesso gesto.
Poi si può versare il vino.
A quel punto il colore intenso del Tintore non è più soltanto un parametro da valutare contro il bianco della tovaglia. La sua acidità non è soltanto un numero riportato su un’analisi. Il tannino non è semplicemente una sensazione tattile da descrivere.
Dietro quel bicchiere c’è un paesaggio.
Ci sono i Monti Lattari, le pergole, il castagno, i terreni segnati anche dalle antiche deposizioni vulcaniche, le radici di alcune viti che ancora affondano direttamente nella terra e uomini e donne che hanno impedito che tutto questo scomparisse.
Ci sono anche persone come Vincenzo Ferrara che, pur non facendo necessariamente del vino il proprio mestiere, scelgono di raccontare e promuovere ciò che appartiene alla loro terra. È una forma di tutela meno evidente, ma preziosa: perché un patrimonio che nessuno conosce è molto più facile da perdere.
Il Tintore di Tramonti, allora, non ha bisogno che gli venga attribuito a tutti i costi qualche record mondiale.
Non sappiamo se uno dei suoi ceppi sia davvero il più grande, il più vecchio o il più imponente del pianeta e, senza una misurazione scientifica e un confronto attendibile, sarebbe scorretto sostenerlo.
Ma forse il suo primato non serve.
Quelle viti hanno attraversato un tempo che noi possiamo soltanto provare a ricostruire. Sono sopravvissute ai cambiamenti dell’agricoltura, all’abbandono di tante campagne, alle trasformazioni economiche e sociali e, in alcuni casi, conservano ancora quella condizione a piede franco che appartiene alla storia più antica della viticoltura europea.
Continuano a germogliare, a produrre uva e continuano a diventare vino.
Ed è difficile immaginare un monumento più vivo di questo.
Barbara Diana Pupolin
