Refosco dal Peduncolo Rosso: uno dei cinque veri autoctoni d’Italia. E noi l’abbiamo vendemmiato

grappolo di Refosco sulla vite

Cinque.
In un Paese che conta centinaia di varietà di vite e dove la parola autoctono compare con grande disinvoltura sulle etichette, nei libri e nei racconti del vino, Attilio Scienza ha messo sul tavolo un numero che fa fermare un momento a pensare.

Cinque.
Secondo il professore, genetista della vite e tra i più autorevoli studiosi italiani di viticoltura, se prendiamo la parola autoctono nel suo significato più rigoroso, nato proprio in quella terra, i vitigni italiani che possono essere definiti tali si riducono a una manciata: Lambrusco di Sorbara, Greco di Tufo, Aglianico, Enantio e Refosco dal Peduncolo Rosso.

Scienza ha riportato l’attenzione sul tema durante una masterclass a Vinitaly 2026, collegando il Refosco alla cultura celtica e alle influenze mitteleuropee. È la sua interpretazione scientifica dell’autoctonia, non una classificazione ufficiale, ma è già abbastanza per farci guardare con occhi diversi un vitigno che in Friuli Venezia Giulia conosciamo da sempre.
E uno di quei cinque, questa volta, io l’ho avuto tra le mani. Non dentro un calice: era ancora attaccato alla vite e io avevo un paio di forbici in mano.

Credevo di conoscere il Refosco dal Peduncolo Rosso. Conoscevo soprattutto il vino, naturalmente: quel rosso di struttura, energico, con un carattere che da giovane può essere persino un po’ rustico e che non sembra avere nessuna intenzione di diventare morbido e accomodante soltanto per piacere a tutti.
Poi ho cominciato a vendemmiarlo.
Un grappolo, poi un altro. Le forbici, il secchio che lentamente si riempiva, le mani che cercavano l’uva dietro le foglie. Ed è arrivata la sorpresa.
Gli acini hanno una buccia molto sottile e delicata. Si rompono con una facilità che non mi aspettavo e, dopo poco, il loro succo mi colava tra le dita. Mi ha colpita soprattutto questo contrasto: da un’uva che bisogna quasi accarezzare nasce un vino che nel bicchiere trasmette tutt’altra sensazione, quella della forza.
Più tardi ho chiesto ad Adamo Lestani se ci fosse qualcosa del Refosco che si scopre soltanto in vigna e che chi lo beve difficilmente potrebbe immaginare.
«La buccia delicata.»
Avevo ancora le mani appiccicose di succo e la risposta, a quel punto, non aveva bisogno di molte spiegazioni.

Siamo a Cuccana di Bicinicco, nei vigneti dell’Azienda Agricola Terre Rosse di Adamo Lestani.
A portarci qui è stata l’associazione Ad Undecimum: una quindicina di persone guidate dal presidente Lodovico Rustico, pronte a cimentarsi in quella che viene chiamata “vendemmia turistica”.
Adamo ci ha riservato quattro filari di Refosco dal Peduncolo Rosso piantati nel 2005. L’uva che raccogliamo non finirà insieme al resto della produzione: sarà vinificata per diventare il vino dell’associazione.
All’inizio siamo, inevitabilmente, vendemmiatori della domenica. Si osserva chi sa già come muoversi, si cerca il punto giusto in cui tagliare e si sta attenti a non maltrattare il grappolo.
Dopo un po’, però, si prende il ritmo. Il secchio si riempie, lo svuoti e ricominci. Ti chini, sposti una foglia, tagli. Qualcuno parla da un filare all’altro, qualcun altro è già molto più avanti e il succo del Refosco continua ad appiccicare le mani. A quel punto la parola “turistica” comincia a stare un po’ stretta.
L’annata, mi racconta Adamo, non è stata semplice. Troppo caldo. Gli domando se sia soddisfatto dell’uva che stiamo raccogliendo e lui, da uomo che ragiona per vendemmie, trova subito il termine di paragone: difficile, sì, ma meglio del 2014.
Alla fine dei quattro filari il raccolto arriva a dodici quintali.

Scriverlo è una cosa, vederli tutti insieme è un’altra. Poche ore prima ogni grappolo era ancora attaccato alla propria vite; adesso davanti a noi c’è una massa scura di Refosco e sappiamo che, un giorno, da lì usciranno le bottiglie dell’associazione.

Il Refosco sa aspettare
Ho chiesto ad Adamo anche che cosa ami particolarmente del Refosco dal Peduncolo Rosso e la risposta mi ha incuriosita:
«La sua capacità di confrontarsi con i piemontesi e con il Chianti.»
Non credo intendesse fare classifiche fra territori che non hanno alcun bisogno di essere messi in competizione. Io l’ho interpretata piuttosto come la convinzione di un produttore che conosce il proprio vino e sa che il Refosco possiede struttura, personalità e, soprattutto, la capacità di affrontare il tempo.
Perché il Refosco, se gli si concede di aspettare, cambia. Quella forza che da giovane può renderlo quasi irruente trova un equilibrio diverso; il vino si distende, ma senza perdere il proprio carattere.

Più tardi ne avremmo avuto una dimostrazione che avrebbe conquistato praticamente tutti. Prima, però, i nostri dodici quintali avevano un appuntamento in cantina.
Prima tappa: Terre Rosse, dove comincia il vino

Finita la vendemmia, l’uva viene portata nella sede di Terre Rosse a Cuccana di Bicinicco e noi la seguiamo.
Vediamo scaricare il Refosco nella tramoggia e assistiamo alla diraspatura. Fino a poco prima ragionavamo per grappoli; adesso gli acini vengono separati dai raspi e cominciano il percorso che li porterà alla fermentazione.

I raspi rimangono lì,ammucchiati, mentre il resto prosegue. Mi viene quasi spontaneo pensare che, in quella massa d’uva, ci sia anche qualche acino che poche ore prima mi è passato tra le dita.
A quel punto il nostro lavoro è davvero finito. Il Refosco resta nelle mani di Adamo e noi possiamo soltanto aspettare di ritrovarlo, tra qualche tempo, dentro una bottiglia.
Terre Rosse nasce nel 1997, quando Adamo subentra al padre Franco e affianca alla coltivazione dei kiwi i primi due ettari di vigneto. Anche il nome viene da ciò che sta sotto i piedi: la terra di Cuccana, dalla caratteristica tonalità rossastra legata alla presenza di ferro. Oggi l’azienda conta otto ettari vitati.

Villa Chiaruttini-Lestani vista dal parco

Lasciata l’uva in azienda, ci spostiamo a Chiasellis, a Villa Chiaruttini-Lestani, dimora della famiglia e luogo destinato a diventare la futura sede di Terre Rosse quando saranno conclusi i lavori di recupero.

Sono due luoghi diversi ed è giusto distinguerli: il Refosco viene lavorato nell’attuale sede aziendale di Cuccana; Villa Chiaruttini-Lestani rappresenta invece il futuro dell’azienda.
Il progetto è ancora in corso, ma camminando nel parco viene naturale cercare di immaginare come sarà quando i lavori saranno terminati.

Ci sono i grandi alberi, la facciata bianca, il verde che si arrampica sui muri e gli angoli che portano ancora i segni del tempo. La villa non ha bisogno di fingere un passato, perché quel passato ce l’ha. Ora si prepara, poco alla volta, a una nuova vita.
Anche per noi la giornata cambia ritmo. Le forbici sono ormai lontane, l’uva è rimasta in cantina e qui ritroviamo la famiglia Lestani.
Adamo e quelli che gli stanno intorno

Durante la giornata, accanto ad Adamo, ho notato una presenza che mi è piaciuta particolarmente: suo padre.
Non serve raccontarne la vita. Mi interessa di più quello che ho visto: una persona anziana che continua a muoversi, a controllare, ad aiutare e a fare in modo che tutto proceda come deve.
Poi ci sono i figli di Adamo.
Sole è una ragazzina pronta a dare una mano quando ce n’è bisogno. Leon, invece, è un’altra faccenda.

Io l’ho nominato sul campo “il boss dell’azienda”.
È ancora un bambino, ma ha l’atteggiamento di chi vorrebbe occuparsi delle cose importanti, possibilmente quelle riservate agli adulti. Se gli avessero consegnato le chiavi del trattore, ho il sospetto che non avrebbe perso molto tempo a chiedere spiegazioni.
Mi ha fatto sorridere vedere il padre di Adamo, Adamo e i suoi figli partecipare alla stessa giornata, ognuno a modo proprio. Dal più anziano al più piccolo, tutti sembravano sapere perfettamente dove trovarsi e cosa fare.

«Adamo, come spiegheresti il Refosco senza parlare da sommelier?»
C’era una domanda che volevo fargli.
Gli ho chiesto di dimenticare per un momento tannini, acidità, profumi e tutto il vocabolario che noi sommelier sappiamo tirare fuori davanti a un bicchiere.
«Se dovessi raccontare il Refosco a qualcuno che non l’ha mai bevuto, cosa gli diresti?»
La risposta era sulla bottiglia.

Avvolto nel tuo rosso mantello di velluto,
indossi la corona nel bicchiere.
Duro come l’acqua che scorre in questo regno.
Giusto come il tempo che ti rende ragione.
Lunga vita al re.
Fra tutte, mi è rimasta addosso soprattutto una frase: «Il tempo che ti rende ragione.»


Poco dopo quel tempo ce lo siamo trovato davvero nel bicchiere.
Il Vinea Mea Electa 2015, Refosco dal Peduncolo Rosso da uve appassite, è stata la chicca della giornata. Dieci anni e più sulle spalle e, al primo assaggio, ci siamo guardati un po’ tutti con la stessa espressione.
Per me è stato amore a prima vista.
Ho capito ancora meglio cosa intendesse Adamo quando parlava della capacità del Refosco di aspettare. Non serviva aggiungere molte parole: il vino lo stava dimostrando da solo.

A riportarci a cose molto più concrete ci pensa Alberta, moglie di Adamo, che ci accoglie con una pastasciutta ristoratrice, altre cose buone e, naturalmente, i vini di Terre Rosse.
A quel punto ci sono i piatti, le bottiglie aperte, i bicchieri e le stesse persone che fino a poco prima erano sparse tra i filari, adesso sedute allo stesso tavolo.

La fotografia racconta bene il resto: i piatti sono già quasi vuoti.

Dopo dodici quintali di Refosco raccolti, direi che può valere come una recensione piuttosto attendibile della pastasciutta di Alberta.
Ed è bello che una giornata cominciata parlando di genetica, autoctonia e storia della vite finisca così, molto più semplicemente, attorno a una tavola.
E torno a quel numero: cinque
A fine giornata torno inevitabilmente al punto da cui ero partita.
Secondo la lettura proposta da Attilio Scienza, soltanto cinque vitigni rappresentano quei casi per i quali si può parlare di autoctonia nel senso più rigoroso. E fra loro c’è il Refosco dal Peduncolo Rosso.
Per noi friulani è una consapevolezza non da poco. Non perché essere autoctono renda automaticamente un vino migliore di un altro, sarebbe un ragionamento troppo facile, ma perché ci fa capire quanto sia antico e profondo il rapporto tra questo vitigno e la nostra terra.
Io, questa volta, non sono andata a cercarlo nei libri.
Sono entrata in un filare con un paio di forbici e ho scoperto che dietro la forza del Refosco c’è un’uva sorprendentemente delicata. Ho sentito il suo succo colarmi sulle mani, ho visto quattro filari piantati nel 2005 diventare dodici quintali d’uva e poi ho seguito quell’uva fino alla cantina.
Ho conosciuto meglio Adamo, osservato suo padre ancora indaffarato, sorriso davanti all’entusiasmo di Sole e del piccolo “boss” Leon. Poi sono arrivata a Villa Chiaruttini-Lestani, mi sono seduta alla tavola preparata da Alberta e ho assaggiato cosa può diventare il Refosco quando gli si concede il tempo di maturare.

Adesso manca l’ultima parte, quella che durerà più a lungo di tutte: aspettare che quei dodici quintali diventino vino.
Quando arriverà il momento di stappare la prima bottiglia nata da quei quattro filari, probabilmente farò quello che faccio sempre: guarderò il colore, avvicinerò il bicchiere al naso, assaggerò.
Ma questa volta ci sarà qualcosa in più.
Prima ancora di tutto questo potrò dire:
io, quel Refosco, l’ho vendemmiato.

Barbara Diana Pupolin – Sommelier A.I.S.