
(Foto azienda Pavese Ermes)
Per incontrare il Prié Blanc bisogna fare due movimenti contrari.
Prima alzare gli occhi.
Le montagne occupano quasi tutto quello che abbiamo davanti. Salgono, stringono la valle, si prendono il cielo. Il Monte Bianco è lì, con quella presenza che rende improvvisamente piccole le case, le strade e persino i pensieri.
Poi bisogna abbassarsi.
Piegare la schiena, chinare la testa, qualche volta mettere un ginocchio a terra.
Perché una delle viticolture più alte d’Europa si pratica sorprendentemente vicino al suolo.
Ed è forse da questo piccolo paradosso che bisogna cominciare per capire il Prié Blanc.
A Morgex e La Salle, nell’alta Valle d’Aosta, la vite arriva dove, a prima vista, sembrerebbe quasi aver sbagliato strada. I vigneti si spingono verso i 1.200 metri di altitudine; il disciplinare della denominazione delimita l’area fino alla quota di 1.300 metri.
Non siamo semplicemente “in montagna”. Siamo in un luogo nel quale ogni metro conquistato dalla vite sembra dover essere negoziato con l’ambiente.
Eppure il Prié Blanc è qui da molto prima che qualcuno inventasse l’espressione “viticoltura eroica”.
La documentazione raccolta sul territorio di Morgex riferisce testimonianze di vigne del “Blanc de Morgex” già nel XIII secolo; oggi il Prié Blanc è riconosciuto tra i vitigni autoctoni della Valle d’Aosta ed è la varietà alla base del Blanc de Morgex et de La Salle.
Guardando i vigneti, però, le date vengono dopo.
Prima vengono le pietre.
I pendii. Il legno.
E quelle pergole così basse da cambiare completamente il nostro modo di immaginare una vigna.

(Foto azienda Pavese Ermes)
Non ci sono filari nei quali camminare comodamente tenendo la testa alta. Qui la vegetazione forma quasi un soffitto. Sotto ci sono i grappoli e, quando arriva il momento di lavorare, sotto deve entrarci anche l’uomo.
Le fotografie raccontano quello che le parole “lavoro manuale” non riescono a dire.
Una persona è inginocchiata sotto la pergola. Un’altra lavora con le braccia sollevate. Le mani cercano il grappolo sopra la testa mentre la schiena deve adattarsi allo spazio che rimane.
Non è una posa.
È il modo in cui questa vigna chiede di essere lavorata.

(Foto azienda Pavese Ermes)
La pergola bassa dell’Alta Valle arriva a circa un metro e mezzo da terra ed è tradizionalmente sostenuta anche da lastre di pietra. Il disciplinare ne spiega la ragione con una semplicità che dice molto dell’intelligenza contadina: questa struttura limita la dispersione del calore proveniente dal terreno e deve anche essere in grado di sopportare il peso delle nevicate invernali.
E allora quella pergola che ci sembra tanto scomoda comincia ad apparire diversa.
Non è un capriccio. È una risposta.
Quando non puoi spostare la montagna, impari a lavorare con lei.
Il terreno conserva un po’ di calore? Avvicini la vite alla terra.
D’inverno arriva la neve? Costruisci qualcosa che sappia portarne il peso.
Hai poco spazio e pendenze difficili? Impari a usare ciò che hai.
E se per raggiungere l’uva devi chinarti, ti chini.

(Foto azienda Pavese Ermes)
È qui che l’espressione viticoltura eroica acquista finalmente un corpo.
Non servono mantelli, medaglie o imprese raccontate a voce alta. Basta guardare una vendemmia.
L’eroismo, se vogliamo chiamarlo così, sta nella ripetizione.
Tornare. Piegarsi. Alzare le braccia. Spostarsi di qualche passo. E ricominciare.
Ogni vite, ogni anno.
Poi arriva l’inverno e il paesaggio cambia completamente.
La stessa pergola che in estate è un tetto verde si copre di bianco. La neve si appoggia sui tralci, sui sostegni, sulle foglie rimaste. Per chi guarda la fotografia al caldo può essere uno spettacolo.
Per la vite è il luogo in cui deve vivere.
E il Prié Blanc ha imparato a farlo.

(Foto azienda Pavese Ermes)
Una vite che sa di non avere molto tempo
C’è un vecchio nome del Prié Blanc che sembra raccontarne il carattere ancora prima di assaggiarne il vino.
Agostenga.
Era uno dei sinonimi con cui il vitigno era conosciuto, e il nome richiamava la sua precocità di maturazione.
È difficile non trovare affascinante questa coincidenza tra biologia e luogo.
Quassù la bella stagione non può essere data per scontata. La montagna detta tempi più stretti e il freddo può tornare quando altrove l’estate sembra ancora lontana dalla fine.
Il Prié Blanc è una vite precoce.
In altre parole, sa fare presto.
Non perché abbia fretta.
Perché qui il tempo buono vale più che altrove.
È uno di quei casi nei quali una caratteristica del vitigno smette di essere una nozione da manuale e diventa perfettamente comprensibile guardando fuori dalla finestra.
Una vite tardiva dovrebbe chiedere alla montagna settimane che forse la montagna non sarebbe disposta a concederle.
Il Prié Blanc, invece, ha imparato a stare dentro quella stagione.

E c’è un’altra particolarità che lo rende ancora più interessante.
Molte di queste viti sono franche di piede.
Significa che crescono sulle proprie radici, senza essere innestate sulle radici di una vite americana come avviene nella grande maggioranza dei vigneti europei dopo l’arrivo della fillossera.
L’azienda Pavese indica proprio il Prié Blanc come tradizionalmente coltivato franco di piede e collega questa possibilità alle particolari condizioni di altitudine del territorio, sfavorevoli anche ad alcuni parassiti.
Detto così sembra un dettaglio per appassionati.
Ma proviamo a guardarlo diversamente.
Sotto quei grappoli chiari, sotto il legno della pergola, sotto la neve e sotto l’erba, alcune radici appartengono direttamente alla stessa pianta che vediamo emergere dalla terra.
Nessun innesto a separare ciò che sta sopra da ciò che sta sotto.
La vite intera.
In un luogo estremo.
Pietra, legno e uomini
È impossibile raccontare il Prié Blanc senza raccontare anche chi continua a coltivarlo.
Tra queste vigne lavora la famiglia Pavese.
L’azienda di Ermes Pavese nasce nel 1999, ma il legame familiare con la terra precede naturalmente la data scritta su una carta. Oggi il nome aziendale è Pavese e Figli e il Prié Blanc rimane al centro del lavoro, con vigneti collocati fra circa 900 e 1.200 metri.
Ma fermarsi all’azienda significherebbe perdere la parte più interessante.
Perché ciò che colpisce guardando Ermes e i suoi figli non è soltanto l’idea della continuità generazionale.
È il fatto che una viticoltura come questa non si eredita soltanto con un cognome.
Bisogna impararla.
Bisogna sapere come entrare sotto la pergola, quando intervenire, come leggere una stagione che in montagna può cambiare velocemente. Bisogna accettare che molti lavori rimangano necessariamente manuali.
E bisogna voler restare.
Forse è questo uno dei significati meno raccontati della viticoltura eroica.
Non soltanto riuscire a coltivare una vite in un posto difficile.
Decidere che vale ancora la pena farlo.
Anno dopo anno. Generazione dopo generazione.
Quando arriva settembre
A un certo punto il verde comincia a cambiare.
Sotto la pergola i grappoli di Prié Blanc sono maturi.
Gli acini sono chiari, attraversati dalla luce, raccolti in grappoli che pendono proprio sopra la testa di chi li deve raccogliere.
La vendemmia di Ermes Pavese è manuale e, per il Blanc de Morgex et de La Salle, si colloca indicativamente tra l’ultima decade di settembre e la prima di ottobre.
Ancora una volta bisogna entrare sotto.
Le mani raggiungono i grappoli, li staccano, li depongono nei contenitori.
Visti da fuori sono gesti semplici.
Ma provate a immaginare di ripeterli per ore con il corpo costretto dall’altezza della pergola.

(Foto azienda Pavese Ermes)
È allora che una fotografia di vendemmia diventa quasi una spiegazione geografica.
Quell’uomo inginocchiato non ci sta raccontando soltanto come si raccoglie l’uva.
Ci sta dicendo dove siamo.
Dal grappolo al bicchiere
Poi il Prié Blanc lascia la montagna e arriva in cantina.
Qui sarebbe facile trasformare il racconto in una successione di vasche, temperature e tempi.
Ma forse, dopo aver visto dove nasce quest’uva, interessa di più sapere che Ermes Pavese ha scelto di esplorarne possibilità diverse.
Il Prié Blanc, però, non ha una sola voce. Dalle sue uve possono nascere interpretazioni diverse, dal vino fermo alle bollicine, fino a vendemmie che aspettano il gelo dell’inverno. Anche Ermes Pavese ha scelto negli anni di percorrere strade differenti, lasciando che fosse sempre il vitigno a rimanere al centro.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante: dopo averlo visto aggrappato alla montagna, protetto dalle pergole basse e raccolto a mano, scopriamo che il Prié Blanc porta con sé quella stessa capacità di adattarsi anche quando arriva in cantina.
Ma prima del vino viene l’uva.
E prima dell’uva viene la vigna.

(Foto azienda Pavese Ermes)
Torniamo allora fuori dalla cantina.
Torniamo sotto quella pergola.
Sopra di noi ci sono foglie e grappoli. Poco più lontano ci sono le case di Morgex e La Salle. Poi il paesaggio sale ancora, verso pareti che sembrano troppo grandi per lasciare spazio a qualcosa di fragile come una vite.
Eppure il Prié Blanc è qui.
Da secoli.
Forse è questo che rende questi vigneti davvero straordinari.
Non il record.
Non serve nemmeno stabilire se un vigneto sia qualche metro più alto di un altro per comprenderne il valore. Basta sapere che qui la viticoltura raggiunge quote che in gran parte d’Europa sembrerebbero improbabili e che il Prié Blanc ha fatto di questo limite la propria casa.
La cosa sorprendente, alla fine, non è quanto in alto riesca ad arrivare una vite.
È quanto lavoro umano serva perché possa restarci.

Forse per questo, dopo aver attraversato questi vigneti, l’espressione “viticoltura eroica” acquista un significato diverso.
L’eroe non è l’uomo che sconfigge la montagna.
Qui nessuno sconfigge niente.
La montagna rimane montagna. Arriva la neve, scende il freddo, il terreno concede ciò che può concedere.
L’uomo osserva.
Costruisce una pergola più bassa.
Mette la pietra dove serve.
Aspetta. Si adatta.
E quando arriva il momento della vendemmia entra sotto le foglie, piega la schiena e raccoglie.
All’inizio avevamo alzato gli occhi per cercare le vigne più vicine al cielo.
Adesso sappiamo che, per capire davvero il Prié Blanc, bisogna abbassarsi fino all’altezza di chi lo coltiva.
