Tra calici e parole – Magazine

Conti della Frattina: mille anni di storia e una nuova generazione pronta a scrivere il futuro


“Cominus hic amor eminus” 
“Questo amore supera ogni distanza”

Ci sono aziende vinicole che raccontano una storia. E poi ci sono realtà come Conti della Frattina, a Frattina di Pravisdomini (PN), dove è la storia stessa a raccontare l’azienda.

Da oltre mille anni la famiglia della Frattina custodisce un patrimonio fatto di terra, vigne e tradizioni. Una cultura agricola tramandata di generazione in generazione, le cui radici risalgono al 986 d.C., quando Marzutto della Frattina ricevette in investitura le terre sulle quali ancora oggi la famiglia vive e lavora. Un percorso straordinario che attraversa i secoli senza mai interrompere il legame con la viticoltura.

Il motto della casata,  “Cominus hic amor eminus”  “Questo amore supera ogni distanza” sintetizza perfettamente il rapporto con la propria terra. Un legame che vive nei vigneti tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, in un territorio vocato alla produzione del vino fin dall’epoca romana, tanto che già Plinio il Vecchio ne celebrava le virtù.

Nel corso dei secoli i della Frattina hanno ricoperto ruoli di primo piano: abati, cavalieri, uomini d’arme, letterati, medici e marinai. Nel 1541 l’imperatore Carlo V conferì loro il prestigioso titolo di Conti Palatini, riconoscendo il valore e la fedeltà della famiglia alla Corona imperiale.

Oggi questa eredità è custodita dal Conte Manlio della Frattina, che ha trasformato l’amore per la natura in uno stile di vita. Dopo le esperienze nella Brigata Folgore e nelle regate internazionali di vela, è tornato definitivamente alla terra, dedicandosi ai vigneti, alla vinificazione e a un’agricoltura rispettosa dell’ambiente.

Conte Manlio della Frattina

Per Manlio il vino non si costruisce in cantina: nasce dalla terra e racconta con autenticità il carattere del vitigno, dell’annata e del territorio. Una filosofia che si riflette in ogni bottiglia firmata Conti della Frattina.

Sampà: il vino ritrovato che racconta una storia lunga due secoli

Tra le etichette più affascinanti della cantina Conti della Frattina c’è senza dubbio il Sampà, un vino che racchiude in sé il valore della memoria e della riscoperta. Non è soltanto un vino: è un frammento di storia riportato alla luce grazie alla tenacia del Conte Manlio della Frattina, che ha voluto recuperare un antico vitigno quasi scomparso, la Marzemina Bianca, conosciuta localmente proprio come Sampagna. Alcune vecchie piante erano sopravvissute in uno dei poderi storici della famiglia e, anziché lasciarle scomparire, Manlio ha deciso di restituire loro una nuova vita. Da queste uve, unite al Verduzzo trevigiano, nasce un vino autentico, prodotto secondo un metodo antico: viene imbottigliato seguendo le fasi lunari, senza filtrazione, lasciando che sia la natura a completare il suo lavoro. Il risultato è un vino piacevolmente frizzante, vivo, ricco di personalità e capace di sorprendere per la sua naturale eleganza. Ma è il nome a custodire il racconto più curioso: la Sampagna deve infatti le proprie origini all’epoca napoleonica. Quando i soldati francesi occuparono le ville e le dimore gentilizie del Veneto, rimasero conquistati da questo vino locale che ricordava loro lo Champagne dell’epoca. Va ricordato che, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, lo Champagne era molto diverso da quello che conosciamo oggi: meno limpido, meno raffinato e spesso naturalmente torbido e vivace, caratteristiche che lo rendevano sorprendentemente simile a questo vino del territorio. I militari francesi lo chiamavano naturalmente Champagne, ma la pronuncia, tramandata oralmente dalla popolazione locale, venne progressivamente trasformata nel dialetto veneto fino a diventare Sampagna. Con l’evoluzione delle tecniche di spumantizzazione francesi e l’affermazione dello Champagne moderno, questo vino tradizionale finì lentamente nell’oblio. Oggi sono pochissimi i produttori che hanno scelto di riportarlo in vita, e tra questi il Conte Manlio della Frattina è stato uno dei principali protagonisti di questa rinascita.

Il Sampà rappresenta così molto più di un’etichetta: è un ponte tra passato e presente, un omaggio alla biodiversità viticola del territorio e alla volontà di custodire quei vitigni antichi che rischiavano di essere dimenticati. È la dimostrazione concreta della filosofia che guida Conti della Frattina: innovare senza mai perdere il rispetto per la storia, perché ogni bottiglia possa raccontare non solo un vino, ma anche la cultura e l’identità di una terra.

L’oro della Frattina

Il Podere della Frattina, però, non è soltanto vino. Tra le passioni del Conte spicca quella per le api, coltivata fin dall’infanzia e trasformata in una produzione di miele di altissima qualità. Nasce così “L’Oro dei Frattina”, simbolo della biodiversità e dell’equilibrio naturale che la famiglia tutela ogni giorno.

Il 2026 segna un passaggio importante nella storia dell’azienda. Marco della Frattina consegue la laurea in Enologia, portando in cantina competenze tecniche e una visione orientata al futuro della viticoltura. Al suo fianco c’è il fratello maggiore Carlo, laureato in Economia e Gestione Aziendale, che mette a disposizione dell’impresa le proprie competenze manageriali e organizzative. Insieme entrano ufficialmente nella conduzione dell’azienda, affiancando il padre Manlio nello sviluppo della cantina e dei suoi progetti futuri.

Carlo, Marco e Manlio della Frattina

È un ricambio generazionale naturale, che guarda avanti senza perdere il legame con il passato. L’esperienza di Manlio si unisce all’entusiasmo, alla preparazione e alla visione complementare dei figli, creando un equilibrio tra tradizione, competenze tecniche e capacità imprenditoriali, con l’obiettivo di valorizzare una storia lunga oltre dieci secoli.

E poi c’è Morgana, la più giovane della famiglia. Ancora adolescente, osserva con curiosità la vita del podere e ha già trovato un ruolo tutto suo, dedicandosi con entusiasmo a “L’Oro dei Frattina”. Segue con passione il mondo delle api e la produzione del miele di famiglia, dimostrando una sensibilità particolare verso la natura che da sempre contraddistingue i Della Frattina. Chissà se un giorno sceglierà di affiancare Carlo e Marco nella conduzione dell’azienda: sarebbe il naturale proseguimento di una storia che continua a rinnovarsi attraverso le nuove generazioni.

Alla Conti della Frattina il tempo non è solo memoria, ma un ponte tra passato e futuro. Tradizione e innovazione convivono, sostenute dalla ricerca, dalla preparazione dei giovani e da un profondo rispetto per la natura che da sempre distingue questa famiglia.

Perché alcune aziende producono vino. I Conti della Frattina, da oltre mille anni, coltivano soprattutto un’eredità fatta di passione, identità e amore per la propria terra. E oggi, con Carlo, Marco e forse, un domani, anche Morgana, quella storia è pronta a continuare.

Il vino analcolico: moda o futuro?


C’è chi lo considera una semplice alternativa e chi pensa possa aprire una nuova strada nel mondo del vino.
Non sostituisce la tradizione, ma racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo.
E voi, cosa ne pensate? 
È un’opportunità per il mercato o il vino, per essere davvero tale, deve restare quello di sempre?

Fino a pochi anni fa sembrava un’idea quasi impossibile. Oggi invece il vino analcolico sta entrando nei supermercati, nei ristoranti e perfino nei wine bar. C’è chi lo considera una semplice moda e chi pensa possa rappresentare il futuro di una parte del mercato.

Ma perché sempre più persone lo scelgono? Il motivo principale è il cambiamento dello stile di vita. Oggi molte persone vogliono stare attente alla salute, guidare in sicurezza o semplicemente bere qualcosa di più leggero. I giovani, soprattutto, consumano meno alcol rispetto alle generazioni passate e cercano prodotti che permettano di stare insieme senza eccessi. Anche il mondo del lavoro è cambiato. Pranzi veloci, ritmi intensi e giornate sempre piene spingono molti a limitare il consumo di alcol durante la settimana. Il vino analcolico permette così di mantenere il rito del calice senza gli effetti dell’alcol.

Ma cos’è davvero? Non si tratta di semplice succo d’uva.

Il vino analcolico nasce da un vino tradizionale al quale viene tolta quasi completamente la parte alcolica attraverso tecniche particolari. Rimangono molti aromi e parte delle caratteristiche organolettiche, anche se il sapore non è identico a quello del vino classico. Naturalmente il tema divide gli appassionati. Per alcuni il vino senza alcol non può essere considerato vero vino, perché manca proprio l’elemento che per secoli ne ha fatto parte della cultura e della convivialità. Altri invece pensano che il mercato debba evolversi insieme alle nuove abitudini dei consumatori. In Italia il fenomeno è ancora limitato, ma sta crescendo. Nei Paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti il settore si sta sviluppando rapidamente, soprattutto tra i giovani adulti.

E in Friuli?

Una regione famosa per i suoi bianchi freschi ed eleganti potrebbe guardare con interesse anche a questo nuovo segmento.

Il consumatore moderno cerca infatti prodotti più leggeri, meno alcolici e adatti a momenti diversi della giornata. Questo non significa che il vino tradizionale sparirà. Il rosso importante, il bianco territoriale e le grandi etichette continueranno ad avere il loro spazio. Però il mercato sta cambiando e il vino analcolico potrebbe diventare una nuova possibilità per chi vuole vivere il piacere del calice in modo diverso.

E la domanda finale è inevitabile:

lo berrei?

Su questo preferisco non rispondere… almeno per ora.

Barbara Diana Pupolin, Sommelier A.I.S.

Il calice ha sostituito il bicchiere? Ecco perché

Una volta il vino si beveva nel classico bicchiere da tavola. Spesso era piccolo, semplice e riempito senza troppi pensieri. Il vino accompagnava il pranzo e la cena quotidiana, quasi come il pane. Oggi invece domina il calice. Grande, elegante, sottile. Nei ristoranti, nei wine bar e perfino nelle case il vino viene servito sempre più spesso così. Ma perché il calice ha preso il posto del vecchio bicchiere? La risposta è semplice: è cambiato il modo di vivere il vino. In passato il vino era soprattutto abitudine quotidiana. Si beveva a tavola ogni giorno, spesso prodotto in casa o acquistato sfuso. Contava la quantità più che il rituale. Oggi invece il vino è diventato esperienza. Si beve meno, ma si cerca più qualità. Il consumatore vuole osservare il colore, sentire i profumi e gustare meglio ogni sorso. Ed è proprio qui che entra in gioco il calice. La sua forma non è soltanto estetica. Il vetro sottile e l’apertura più ampia aiutano a percepire meglio gli aromi. Girando il vino nel calice si liberano profumi che in un bicchiere tradizionale resterebbero più chiusi. Anche l’occhio vuole la sua parte. Il calice trasmette eleganza, attenzione e convivialità. Trasforma un semplice bicchiere di vino in un piccolo rito da condividere. C’è poi un altro aspetto importante: il vino oggi si beve più lentamente. Un tempo accompagnava tutto il pasto. Oggi spesso si consuma durante un aperitivo, una degustazione o una cena speciale. Il calice invita a prendersi tempo. Anche i social hanno avuto il loro ruolo. Una bella fotografia con un calice elegante comunica atmosfera, stile e piacere. Il vino moderno passa anche attraverso l’immagine. Questo cambiamento racconta molto dell’Italia di oggi. Si è passati dal vino come alimento quotidiano al vino come cultura, scoperta e momento di relax. In Friuli questa trasformazione è particolarmente evidente. La crescita dei vini bianchi aromatici e delle degustazioni ha reso il calice quasi il simbolo di un nuovo modo di bere: meno frettoloso, più attento e più consapevole. Il vecchio bicchiere però non è scomparso del tutto. Per molti resta il simbolo della semplicità, delle osterie di una volta e delle tavole di famiglia. Perché alla fine non cambia solo il contenitore. Cambia il modo in cui viviamo il vino. Barbara Diana Pupolin, Sommelier A.I.S.

I profumi del vino che tutti conoscono

“Questo vino profuma di mela golden.”, “Qui sento vaniglia.”, “Sa di fiori.”

Chi frequenta il mondo del vino sente spesso queste frasi. E la domanda arriva quasi sempre subito dopo: ma davvero dentro il vino ci sono mela, pepe o vaniglia?La risposta è no. Nel vino non vengono aggiunti frutta, spezie o fiori. Eppure il nostro naso riesce davvero a percepire questi profumi. Come è possibile? Il segreto sta negli aromi naturali che si sviluppano nell’uva e durante la produzione del vino. Alcune sostanze aromatiche ricordano infatti odori che il nostro cervello conosce già molto bene. Così un vino bianco può far pensare alla mela verde, agli agrumi o ai fiori di campo, mentre un rosso può ricordare pepe, ciliegia o cacao. Anche il tipo di uva ha un ruolo fondamentale. Un Sauvignon, per esempio, può avere profumi erbacei e tropicali. Un Gewürztraminer ricorda spesso rosa e spezie. Alcuni rossi maturi possono invece sviluppare sentori di tabacco, cuoio o cioccolato. Poi entra in gioco la maturazione. Se il vino riposa in botti di legno, soprattutto rovere, può assumere note che ricordano vaniglia, caffè o tostatura. Non perché questi ingredienti vengano aggiunti, ma perché il legno rilascia naturalmente aromi particolari. Anche la temperatura conta. Un vino troppo freddo perde parte dei suoi profumi, mentre uno troppo caldo può risultare pesante. Per questo ogni vino andrebbe servito alla giusta temperatura. Ma c’è un’altra verità interessante: non tutti sentono le stesse cose. Il vino è anche memoria personale. Un profumo può ricordare l’infanzia, una torta fatta in casa, un giardino o una spezia usata in cucina. Per questo davanti allo stesso calice qualcuno sentirà mela e qualcun altro pera. Ed è proprio questa la magia del vino. Non esiste una risposta perfetta. Esistono sensazioni, ricordi ed emozioni che cambiano da persona a persona.

In Friuli, terra di grandi vini bianchi aromatici, questo gioco di profumi è ancora più evidente. Ribolla Gialla, Friulano e Sauvignon regalano spesso aromi freschi e immediati che anche chi non è esperto riesce facilmente a riconoscere. Perché alla fine il vino non parla solo al palato. Parla soprattutto alla memoria.

Barbara Diana Pupolin, Sommelier A.I.S.

I giovani preferiscono il bianco

Il ponte Periodico di Codroipo

Vino: i giovani preferiscono il bianco. In Italia il vino sta cambiando colore. Sempre più consumatori scelgono il bianco, mentre il rosso perde terreno, soprattutto tra i giovani. In Friuli Venezia Giulia questa tendenza è ancora più evidente: oggi circa l’80% della produzione è vino bianco e solo il 20% rosso. A dirlo è Stefano Trinco, enologo e presidente del Consorzio DOC Friuli. Ma perché sta succedendo? Il motivo principale è che sono cambiati i gusti e lo stile di vita. Il vino bianco viene percepito come più fresco, leggero e facile da bere. Si abbina bene agli aperitivi, al pesce, alla cucina veloce e ai momenti informali. Inoltre viene spesso servito freddo, caratteristica molto apprezzata soprattutto nei mesi caldi. I giovani tra i 20 e i 40 anni cercano vini immediati, profumati e meno impegnativi. Preferiscono stare in compagnia, bere un calice senza sentirsi appesantiti e scegliere prodotti che abbiano un’immagine moderna. Per questo piacciono sempre di più Ribolla Gialla, Sauvignon, Pinot Grigio e spumanti. Il rosso invece richiede un approccio diverso. Spesso è più corposo, tannico e alcolico. È legato alla tradizione, ai pasti lunghi, alla carne e alle abitudini del passato. Per molti adulti oltre i 50 anni il vino rosso rappresenta ancora la convivialità familiare, la cultura contadina e i ricordi di una volta. C’è anche un fattore culturale. Per decenni in Italia il vino “vero” era considerato rosso. Nelle case contadine si produceva soprattutto quello, spesso consumato ogni giorno a tavola. Le generazioni più mature sono cresciute con questa idea e continuano a preferire gusti più intensi e strutturati. I giovani invece sono cresciuti in un mondo diverso: viaggiano di più, seguono le mode internazionali, frequentano aperitivi e locali dove il bianco domina. Inoltre oggi c’è maggiore attenzione al benessere e alla leggerezza. In Friuli questa trasformazione è diventata un punto di forza. La regione è ormai famosa nel mondo per i suoi bianchi eleganti e minerali. Il territorio, il clima e la qualità delle uve favoriscono vini freschi e profumati che incontrano il gusto del mercato moderno. Questo non significa che il rosso sparirà. Vini come Refosco, Schioppettino e Pignolo restano simboli importanti del Friuli e continuano ad avere estimatori fedeli. Però oggi il mercato parla chiaro: il futuro del vino, almeno per ora, sembra sempre più bianco.

Barbara Diana Pupolin, Sommelier A.I.S.

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